da Le altre storie di William Shakespeare

Il racconto d’inverno

Leonte, re di Sicilia, era contrariato. Un periodo di felicità volgeva al termine; Polissene, suo amico d’infanzia, lo lasciava. Per nove spensierati mesi questi aveva goduto della sua ospitalità; ed era stato come tornare indietro nel tempo, e rivivere i dorati ricordi della fanciullezza. Ma ormai era tutto finito. Polissene aveva deciso di fare ritorno al suo lontano regno di Boemia; e le suppliche di Leonte non erano riuscite a fargli cambiare idea.
"Ancora una settimana!" pregò Leonte; ma Polissene scosse la testa. Disperato, il re si volse allora a Ermione, sua sposa, chiedendole di tentare lì dove lui aveva fallito. "Parlate voi!" l’esortò; e, lasciata la regina a convincere il suo amico, Leonte si ritrasse a passi veloci e impazienti nel fondo della sala, dove il figlioletto Mamillio giocava accanto al fuoco insieme alle dame di corte.
Intanto, lanciava occhiate ansiose verso sua moglie che, appesantita dall’avanzata gravidanza, conversava con il suo piacente amico. Ridevano, e sembrava che tutto procedesse nel migliore dei modi. Era chiaro che Polissene era completamente affascinato dall’incantevole Ermione. Già faceva segno di sì...
Leonte tornò da loro in fretta e furia. "Se avete peccato con noi per la prima volta..." stava dicendo Ermione, quando alzò gli occhi e vide il marito che si avvicinava.
"Si è convinto?" chiese Leonte.
"Rimarrà, mio signore", rispose Ermione con un sorriso di trionfo.
Il re guardò Polissene, inchinato galantemente alla signora che aveva ottenuto la sua resa; si accigliò. "Quando gliel’ho chiesto io, ha detto di no", borbottò; poi si riprese e, dopo aver riconosciuto alla moglie il merito del successo, tornò dal figlioletto accanto al camino.
Si girò a guardare; Ermione aveva preso Polissene a braccetto. Si morse il labbro. "Troppo calore, troppo calore?" sussurrò; e il piccolo Mamillio, che l’aveva udito, pensò bene di tirarlo via, lontano dal fuoco.
La moglie e l’amico si avvicinavano; tenevano le teste accostate come se stessero per baciarsi. "Mischiare tanto le amicizie, vuoi dire mischiare il sangue?" Sentì un sussulto di dolore nel petto. "Ho un tremor cordis dentro di me; il cuore mi balza, ma non di gioia.., non di gioia".
Ermione e Polissene gli sorridevano. Lui abbassò lo sguardo sul figlio. "Come, ti sei sporcato il naso?" esclamò. Sul viso del bambino c’era uno sbaffo di fuliggine, come un segno di disonore. "Su, capitano, dobbiamo essere lindi..." Cercò di porre rimedio al danno, ma riuscì solo a far peggio...
"Siete turbato, mio signore?"
Ermione gli stava parlando; sia lei che Polissene avevano un’aria preoccupata. Immediatamente capì che sul volto gli si leggevano i suoi pensieri più intimi. Si sforzò di sorridere, e rimase sorpreso della calma della sua voce che diceva a Ermione di intrattenere l’ospite, mentre lui restava con suo figlio.
"Se doveste cercarci, vi aspettiamo in giardino", disse la donna conducendo via Polissene.
"Vi troverò", mormorò Leonte, "ovunque siate sotto il cielo". E li guardò allontanarsi.
Si sentì addosso gli occhi di Mamillio. "Va’ a giocare, ragazzo, a giocare", gli disse. Poi si mise a borbottare, come tra sé. "Tua madre gioca, e gioco anch’io... ma recito una parte così miserabile... Più di un uomo..., stringe la moglie a braccetto, e non pensa minimamente che in sua assenza essa abbia aperto la chiusa, e pescato nel lago il signor Gransorriso, il suo vicino..."
Un fosco sospetto si era insinuato nella sua mente; e da quell’istante, ogni cosa che vedeva o udiva non faceva che alimentarlo. Ma ormai era molto più che un sospetto: era un’odiosa certezza! Il caro amico era l’amante di sua moglie, e il padre del bambino che lei portava in grembo!
"Che c’è, ragazzo?" Mamillio lo stava ancora guardando, quasi spaventato. "Va’ a giocare, Mamillio!" gli ordinò; e, con un irritato sventolio della mano, mandò via dalla stanza il ragazzo e il seguito.
Ma un uomo era rimasto: il vecchio Camillo, il suo accorto consigliere. Con un cenno, Leonte lo fece avvicinare. "Non avete visto", domandò con calma, "che mia moglie è infida?"
Camillo spalancò gli occhi, meravigliato. Poi la meraviglia si mutò in indignazione e, con gran rabbia di Leonte, il consigliere osò rimproverarlo per avere calunniato così vilmente la regina! "Mio buon signore, guarite da questa malsana fantasia; è molto pericolosa!" lo pregò il brav’uomo.
"Tu menti, tu menti!" urlò il re. Afferrata la catena che Camillo portava al collo, la torse come un capestro e, quasi strangolando il vecchio, lo obbligò a riconoscere la fondatezza del suo sospetto: Polissene era l’amante della regina.
"Devo credervi, maestà!" gridò il consigliere, senza difesa; e Leonte lo lasciò andare.
Camillo rimase davanti al suo signore, tutto tremante. "Potresti drogare una coppa, per regalare al mio nemico una strizzata d’occhio che duri in eterno?" domandò Leonte. Il vecchio consigliere impallidì, non appena comprese che cosa gli veniva chiesto: di uccidere Polissene col veleno. "Fallo, e avrai la metà del mio cuore", continuò Leonte con dolcezza. "Non farlo, e spaccherai il tuo".
"Lo farò, mio signore", rispose Camillo. Leonte annuì, e lo lasciò. Mai un uomo fu più spaventato e più infelice di Camillo. Il solenne giuramento di fedeltà lo legava a un re che era stato colpito dalla pazzia! O obbediva al padrone, diventando così un assassino, o rompeva il giuramento, perdendo così la vita. Scosse la testa. Era preferibile rompere il giuramento e perdere tutto, piuttosto che eseguire un ordine perverso. Avrebbe avvertito Polissene, e quella stessa notte sarebbero scappati dalla pericolosa Sicilia!