da
Aspra di Boccasole
Aspra nacque nel palazzo di Boccasole in una calda notte di plenilunio.
Il padre, accogliendola tra le braccia, la espose alla luce della
luna augurando alla piccola e alla casata fortuna e felicità.
Così usava fare nella famiglia da diversi secoli e pareva che
il rito desse buoni frutti. Infatti i signori di Boccasole non si
erano mai dovuti lamentare dei loro eredi e la ricchezza accumulata
era passata intatta di padre in figlio.
Però al padre di Aspra sembrava di aver bisogno di una fortuna
più consistente rispetto ai suoi antenati: infatti quella figlia
giungeva dopo tanti anni di attesa, quando ormai temeva di chiudere
gli occhi senza eredi, e gli pareva piccola, gracile, un ranocchietto
che difficilmente avrebbe superato le difficoltà della vita.
Ma perché quel nome? Perché quel mucchietto di ossa
spigolose gli faceva venire in mente il sapore aspro della frutta
acerba, quel pianto incessante gli riportava allorecchio il suono
di una corda stridula. Una disarmonia nella tranquilla atmosfera del
palazzo. Ma i figli, si sa, sconvolgono sempre lordine familiare
e subito ne creano uno nuovo. Certo, sarebbe stato meglio un maschietto
robusto che riempisse la casa di ottimismo e di allegria; ma alla
fortuna non si comanda, alla natura neanche, e a volte i padri hanno
grandi consolazioni dalle figlie femmine e grandi preoccupazioni dai
figli maschi.
Così ragionava il signore di Boccasole guardando Aspra.
Aspra crebbe serena tra le mura domestiche, protetta dallo sguardo
attento della madre e del padre e dalle premure della servitù.
Non aveva amici, però il parco era pieno di conigli, caprette,
oche, tartarughe, scoiattoli, porcospini, uccelli, tanti uccelli che
nidificavano sugli alberi o sul tetto del palazzo. Più lontano,
ai confini del parco, cerano le scuderie, le stalle, i pollai e,
per desiderio di Aspra, anche il recinto dei maiali.
"La nostra casa è diventata larca di Noè",
osservava divertito il padre, e Aspra gli saltava sulle ginocchia
a dirgli con un bacio la sua gioia di essere al mondo.
Ma le stagioni passarono e vennero gli anni del silenzio e della solitudine.
Aspra stava delle ore ferma in giardino a contemplare il lavoro incessante
delle formiche o delle api, e sul suo volto non cera più la
gioia di essere al mondo. Il padre e la madre avrebbero fatto qualunque
cosa per quellunica figlia, e un giorno le chiesero: "Cosa ti
manca, Asprilla, perché non sei felice?"
"Non so cosa mi manchi, ma qualcosa mi manca", rispose la
ragazza.
Il padre e la madre rimasero pensierosi. Avevano tenuto quellunica
figlia lontana dal mondo, senza amici né compagni di gioco
o davventura, per difenderla da dolorosi confronti. Ma non si poteva
sfidare impunemente lordine naturale delle cose. Non si poteva chiudere
un uccellino spennacchiato in una scatola di velluto e sperare che
sarebbe sopravvissuto.
Questo pensavano i signori di Boccasole guardando Aspra.
Aspra era infatti una fanciulla sgraziata: nulla in lei ricordava
la delicata bellezza delle nobildonne che la guardavano dai quadri
del salone, ma i suoi lineamenti sembravano piuttosto quelli ordinari
delle popolane che venivano a offrire i loro servizi al palazzo. E
poi, quegli occhi esageratamente grandi, quella bocca larga, le mani
troppo lunghe e affilate, i capelli dritti, quel neo sulla fronte
facevano pensare a una piccola strega, così come a quel tempo
si immaginava che le streghe fossero. E nulla importava che Aspra
sapesse cantare melodiosamente accompagnandosi con larpa, che sapesse
parlare con eleganza, che sapesse recitare versi, che conoscesse il
cammino delle costellazioni e distinguesse tutte le specie animali
e vegetali.
Il padre e la madre avevano deciso di tenerla lontana dal mondo e
speravano che quella figlia dolce e sensibile, che amava tutto ciò
che era bello, per un miracolo della natura potesse vivere nella scatola
di velluto del palazzo di Boccasole fino a che giungesse il momento
di trovarle un marito degno della casata e della ricchezza che avrebbe
ereditato.
Ma come trovarlo, se si fosse diffusa la voce della sua bruttezza?
Chi avrebbe accolto linvito a recarsi a palazzo anche solo per conoscerla?
Perché non cera dubbio che, conosciutala, un bravo giovane
avrebbe apprezzato quella bellezza che Aspra non aveva sul volto,
ma nel cuore e nella mente.
Così avevano ragionato tra loro i signori di Boccasole tanti
anni prima.
Ma quel giorno Aspra ripeté: "Non so cosa mi manchi, ma
qualcosa mi manca..." Poi aggiunse: "Mi piacerebbe vedere
cosa cè al di là del muro del parco".
"Vuoi che ti procuri un atlante? Potrai vedere il mondo a volontà
e senza pericolo. Ci sono descrizioni minuziose di viaggiatori che
sono andati per mare e per terra, a oriente e a occidente, e hanno
vissuto avventure strabilianti!"
"No padre, non il mondo vorrei vedere, ma quello che cè
oltre il muro del parco".
"Asprilla, oltre il parco non cè niente che sia più
bello di quello che vedi qui, adesso. Cè miseria, malattia,
dolore..."
"Anche in me cè dolore..."
Il padre non replicò. Guardò la moglie, rifletté
un momento, poi disse: "Va bene Asprilla, stasera tua madre ed
io ti accompagneremo fuori del parco".
Aspettarono che il sole tramontasse, poi che sorgesse uno spiraglio
di luna e quando loscurità permise di vedere le stelle più
piccole i tre uscirono dalla porticina in fondo al viale delle magnolie.
La campagna era tranquilla, ogni tanto si sentiva un cane che abbaiava
alla luna e le case dei fittavoli erano misteriosamente buie.
"Cosa fanno i fittavoli a questora?"
"Dormono Asprilla, oggi hanno lavorato e sono stanchi".
"E non guardano quantè bello il cielo? Non sentono questaria
profumata di gelsomino? È buono lodore delle zolle rivoltate,
dellerba secca..."
"Ti pare? È lodore della loro vita e non ci fanno più
caso".
"Peccato... E la gente che abita laggiù, al villaggio,
cosa fa a questora?"
"Dormiranno tutti...."
"No, no, padre, cè qualche luce, vedete?"
"Forse è losteria, piena di ubriachi che cantano e giocano
alla morra".
"Si divertono dunque...Voi ci siete mai stato allosteria a giocare
alla morra?"
"Non è posto per gentiluomini, Asprilla, e non son domande
da fare a tuo padre, queste".
"Ma neanche di passaggio, così, guardando dalla porta...
Io sarei tanto curiosa!"
"Tu sei fortunata, Asprilla, sei nata Boccasole e vivi in un
palazzo. Non conoscerai mai quei posti. Loro sono popolani e vivono
e si divertono da popolani. È la legge del mondo".
"E non può cambiare la legge del mondo, padre?"
"No, così è e così sarà. Torniamo
a casa, adesso".
"Però promettetemi che domani mi porterete al villaggio!
E non così tardi, vi prego".
Lindomani il signore di Boccasole rifletté a lungo prima di
far preparare il calesse. Perché quella figlia era così
inquieta e non si accontentava di conoscere il mondo attraverso gli
insegnamenti dei monaci di San Conventaio? Era una ribelle, o solo
una ragazza curiosa? Stava forse giungendo il momento decisivo della
sua vita? Doveva forse pensare a trovarle marito? Il signore di Boccasole
era confuso. Ciononostante diede ordine di preparare il calesse e
dopo il tramonto si diresse con la moglie e la figlia al villaggio
di Portella.
Al rumore delle ruote sul selciato la gente si fece sulla porta per
vedere quale forestiero giungesse a quellora e, vedendo la famiglia
di Boccasole al completo, tutti aprirono meglio gli occhi e la bocca.
Anche Aspra si guardava intorno con la bocca aperta e gli occhi spalancati,
e non si poteva dire che quellespressione la facesse più bella.
Ma lei non lo sapeva. Alla fontana di Bevacqua il calesse si fermò
e i cavalli si abbeverarono. Ma intanto arrivarono donne dal villaggio
a riempire brocche, seguite da giovani in vena di scherzi.
Aspra li osservò e anche loro la guardarono bene.
"Quelle ragazze vanno alla fontana da sole, senza il padre e
la madre".
"Sì, Asprilla, ma sono popolane. Tu sei una Boccasole".
"E vanno alla fontana quando vogliono, e parlano con altre ragazze
e con dei giovani..."
"Asprilla, una signorina come te non va alla fontana, ci sono
i domestici per questo, e non si mette a parlare con dei giovani per
la strada. Parla al promesso sposo, quando ce lha".
"Ma perché la vita dei signori è così brutta,
padre?"
"Perché dici così?"
"Perché il mio cuore è triste..."
Il signore di Boccasole rifletté fino a tardi sulle parole
della figlia, girandosi e rigirandosi nel letto. Che qualche maga
le avesse fatto il malocchio? No, no, erano pensieri stupidi, e poi
nessuno fuori dal palazzo laveva mai vista. E allora? Forse i monaci
di San Conventaio conoscevano lanimo della ragazza. Ma no, negli
ultimi tempi Aspra aveva preferito i preziosi libri della biblioteca
alle loro sante parole. Alla fine il signore di Boccasole tornò
al pensiero che gli era venuto per primo: era giunto il momento di
cercare un marito per la figlia.
"È ancora giovane", disse la madre, "e non pensa
a un marito".
"Sì, è vero, ma presto ci penserà e dobbiamo
essere preparati. Non vorrai che al villaggio si diffonda la voce
della sua... bruttezza, sì diciamolo pure, e che qualche viaggiatore
diffonda la notizia. Moglie, la nostra unica figlia deve assolutamente
maritarsi, lo sai. Solo allora il compito della mia vita si concluderà.
Vedrai, appena farò i passi giusti i pretendenti non mancheranno".
"E la nostra Asprilla cosa dirà?"
"Tu la preparerai".
Ma la notizia della bruttezza della figlia del signore di Boccasole,
vista alla fontana di Bevacqua dai giovani del villaggio, si diffuse
come un lampo, camminando sulle gambe di viandanti e mercanti di ogni
sorta e di ogni luogo. Sicché, quando si seppe che il signore
di Boccasole cercava marito per lerede, non ci fu nessun fermento
nelle famiglie più in vista della regione e a palazzo giunsero
pochi messaggi annuncianti visite.
Aspra, daltra parte, disse alla madre che non aveva nessuna intenzione
di maritarsi, ma che avrebbe voluto conoscere dei giovani, conversare
di astronomia e botanica, e di tante altre cose che avrebbe studiato
non sotto la guida dei monaci di San Conventaio ma - come aveva letto
nei libri - sotto la guida di maestri che parlavano ai giovani, a
tanti giovani insieme, in posti chiamati scuole.
La madre si sentì svenire.
"Non vuoi maritarti Asprilla? Ma la casata non deve finire, e
questi giovani che annunciano la loro visita possono farti felice.
E, una volta sposata, andrai via dal palazzo..."
"E mi chiuderò in un altro. No madre, non fatemi questo!
Io voglio conoscere, imparare".
"Ma, Asprilla, ragiona, non è facile trovare un marito...
degno di una signorina come te! Non essere testarda. E poi cosè
questa storia delle scuole? Hai già letto più libri
di tuo padre e forse anche del priore di San Conventaio. Non occorrono
libri per alzarsi felici al mattino, mia cara! E poi, non pensarci
neanche. Le scuole e diavolerie simili non sono adatte a signorine.
Mai si dirà che una Boccasole metta piede in posti così
volgari!"
Anche il padre fu spaventato dalle idee della figlia.
"Quei maledetti libri! Un perditempo ha inventato un marchingegno
che stampa e tutti leggono libri: signore, signorine, giovanetti...
Che secolo è mai questo! Il secolo dei libri! Parole, parole,
fumo! Ha ragione il priore di San Conventaio: una ragazza soprattutto
non deve leggere, si guasta la testa, immagina chissà cosa
e non conclude, non conclude!"
Infatti non fu concluso alcun fidanzamento, e i pochissimi pretendenti
se ne andarono senza che Aspra si decidesse a riceverli.
Così si venne a sapere che la brutta figlia del signore di
Boccasole non voleva maritarsi, che non riteneva i pretendenti degni
della sua mano, che li guardava segretamente da dietro una finestrella
e poi li licenziava, superba, perché non le parlavano al cuore.
Se ne bisbigliò tanto che nella regione la storia diventò
di senso comune, e quando una ragazza resisteva alle offerte damore
di un giovane le si diceva: "E tu chi sei, Aspra di Boccasole?"
Ma anche la bruttezza di Aspra divenne proverbiale, e si favoleggiò
tanto che qualcuno credette di averla vista deforme, barbuta e bitorzoluta.
E che questo mostro femminile respingesse fior di pretendenti non
poteva che essere effetto di stregoneria.
Tutte queste chiacchiere, e altre ancora, giunsero alle orecchie
del figlio del signore di Malafante, Ugo, che aveva ricevuto dalla
natura il dono di una bellezza splendida, già messa alla prova
con successo con tutte le fanciulle della regione. Si annoiava dunque
il giovane Ugo, non provando gusto a riconquistare ciò che
aveva già conquistato. Così, quando un venditore di
unguenti profumati gli raccontò la strana storia di Aspra,
il racconto lo divertì e decise che proprio lui avrebbe ottenuto
lamore della brutta figlia del signore di Boccasole.
Così annunciò la propria visita.
I signori di Boccasole si rallegrarono. Avevano quasi perduto la speranza
di veder maritare quellunica erede, quando le strade della fortuna
di nuovo si aprivano e un giovane di buon nome veniva a conoscere
Aspra.
Stavolta non accettarono i pretesti della figlia e la obbligarono
a ricevere con buona disposizione danimo Ugo di Malafante.
Pensarono anche che fosse opportuno un miglioramento del suo aspetto,
così ordinarono abiti nuovi e scarpine di seta. Ma il problema
era altrove. Come abbellire quei lineamenti grossolani?
Come rimpicciolire quegli occhi troppo grandi che sembravano voler
vedere troppo, quelle mani così lunghe che sembravano voler
toccare tutto, quella bocca così larga che sembrava voler dire
tanto... e quel neo, in mezzo alla fronte, come nasconderlo?
"Perché dovrei nasconderlo?" chiese Aspra alla madre.
"Fa parte del mio viso e non lo nasconderò".
"Ma Asprilla, non vuoi piacere al giovane Ugo?"
"Madre, vorrò piacere al giovane Ugo solo se lui piacerà
a me. E in tal caso vorrò piacergli così come sono.
Mi trovate brutta?"
"No, no Asprilla... ma nessuno è perfetto, ogni donna
ha dei difetti, delle... disarmonie che è meglio nascondere...
no, no, volevo dire correggere!"
"E quali sono le mie... disarmonie?"
"Ecco, per esempio quel neo. E poi dovresti, bambina, parlare
tenendo le labbra strette, e non ridere mai, semmai sorridere in modo
da non scoprire i denti; e poi tenere gli occhi bassi e un po socchiusi,
senza dare limpressione di voler guardare ad ogni costo dentro le
viscere della gente. E non muovere troppo le mani, come se suonassi
larpa, tienile raccolte sul grembo. E parla di cose vaghe... così
non annoierai nessuno con la tua botanica e le tue poesie".
"Madre, non sembrerò una povera disgraziata?"
"Ma cosa dici Asprilla! Sono le regole del vivere in società,
e ti faranno apparire più graziosa".
"Vi ringrazio dei consigli".
Ma Aspra era confusa. La madre era sicuramente saggia, ma lei sentiva
di non poter fare quello che le suggeriva. Perché socchiuder
gli occhi, se nella vita era importante tenerli ben aperti? Perché
parlare in modo vago, quando cerano tante cose importanti da dire
e da sentire? Perché comportarsi con poca naturalezza? Era
proprio quello il vivere in società? Così si comportava
quella Gaspara che aveva scritto poesie damore a Collatino, o Veronica
che aveva pianto in versi il morto Gilberto? Alla sincerità
del loro cuore non corrispondeva una sincerità di atteggiamenti?
Non poteva crederlo. E decise di comportarsi secondo quanto le suggerivano
la mente e il cuore. [...]