da
Centanni fa, una bambina...
Vita in cucina
Il cuore della casa era la cucina. In un angolo, sormontato dalla
grande cappa, troneggiava il fornello in muratura, rivestito di mattonelle
bianche a ghirigori neri, e le tre buchette in basso, chiuse dal portellino
col fermaglio a pomello di ottone lucente, nelle quali si raccoglieva
la cenere.
Grigiastra, fine, la cenere era preziosa. Serviva a tanti usi. Vi
si mettevano in mezzo, quando sopra nella griglia i carboni erano
incandescenti, le mele o le patate avvolte in carta da pane bagnata
e a cottura completa erano una cosa squisita. Serviva per il bucato,
versata con lacqua bollente e la soda sulla biancheria, e formava
insieme al sapone, il ranno biondastro che a sua volta si usava per
lavare i capi meno delicati e i pavimenti. Serviva anche come pomice
per pulire e lustrare le stoviglie essendo il regno dei detersivi
più o meno biodegradabili di là da venire. Cera
poi un uso, diciamo così, medicamentoso della cenere, di cui
ricordo i brividi di terrore infantile quando, ben calda, veniva avvolta
nella carta, poi in un panno di lana e il tutto legato a ciambella
intorno al collo, rimedio infallibile al mal di gola...
Davanti al portellino spalancato era continuamente in azione la ventola
altro protagonista del tempo, fatta con le penne di tacchino
che si doveva agitare a destra e a sinistra per accendere e
ravvivare il carbone: fu questo uno dei miei primi lavori domestici.
Sui fornelli dai carboni accesi e scintillanti, ma spesso anche fumiganti
e puzzolenti, borbottavano tegami e pentole di coccio. Dentro spesso
vi bolliva il brodo, risorsa impareggiabile delleconomia familiare,
in quanto forniva una calda minestra e la relativa pietanza di lesso;
o vi si consumavano i sughi saporiti dei giorni di festa.
Pentole e tegami, anche se fatti dello stesso materiale, non erano
tutti uguali: cera tra loro il preferito, quello in cui una
certa cosa riusciva proprio bene, in modo particolare.
Ricordo un tegame di coccio destinato alla cottura dellabbacchio
che dava, secondo mia madre, risultati unici, così che, incrinato,
era stato sceso alluomo che ogni tanto passava nella
strada gridando: Cocciaro! Cocci da accomodare!
Al grido stentoreo, molte finestre si aprivano e tanti piccoli panieri
appesi a una corda avvolta a gomitolo scendevano come ascensori, con
piatti, terrine e pentole da... ricucire. Luomo infatti, con
unarte tutta sua, ricuciva letteralmente i pezzi con punti di
filo di ferro e il nostro vecchio tegame tornò al lavoro, insostituibile
e insostituito anche quando i recipienti di ferro smaltato, e poi
quelli di alluminio, tentarono di detronizzarlo, e mia madre veniva
presa in giro per il suo attaccamento.
Il tempo ha reso giustizia a lei e al vecchio tegame, e come godrebbero
se potessero leggere nei sofisticati ricettari di cucina tanto alla
moda, la raccomandazione esplicita di usare il coccio per la cottura
di determinati cibi.
Anche il fornello a carbone ha avuto la sua rivincita e la sua vendetta.
Detronizzato dalla fiammella azzurrognola del gas e poi dalla misteriosa
piastra elettrica, trionfa ora di nuovo ricercato e acclamato.
Ci volle del bello e del buono per persuadere mia madre a rinunciare
al fornello a carbone. Solo il carbone cuoceva bene i legumi, solo
il carbone dava un arrosto saporito, solo il carbone poteva stiepidire
la casa nelle fredde sere dinverno. Mia madre cedette al gas
solo a patto che, nellangolo, un fornello a carbone fosse conservato.
Forse mia madre, pur non sapendolo, cercava e vedeva nel fornello,
nei carboni incandescenti che lentamente vi si consumavano, il riverbero
del suo grande camino, quello della vasta cucina della casa in cui
era nata, tutto in pietra e mattoni, con la fonda cappa buia su per
la quale salivano a frotte le faville e dalla quale potevano scendere
maghi e streghe o i ladroni delle storie che certamente, seduta in
cerchio, vi doveva aver ascoltato da bambina. Quel camino che era
il centro della casa, il posto sicuro o temuto vi potevano
salire i sogni o scendere i demoni tra le fiamme scoppiettanti
doveva mancarle molto in quellessere rimasta strettamente legata
e immersa nella sua terra ed estranea al mondo della città
e ai suoi riti.
Nei lunghi pomeriggi, spesso fino a sera, la cucina si trasformava
in laboratorio. Mia madre, trasformata a sua volta da cuoca a cucitrice,
distendeva sul grande tavolo centrale il cotone a righine sottili,
vi appoggiava sopra il modello di carta, misurava, controllava, rimisurava,
ripetendo a voce alta il vecchio consiglio: cento misure e un taglio.
Tagliava corpo, sprone, petti, collo, maniche, polsi, tutti i classici
pezzi della camicia da uomo la cui perfetta confezione era vanto di
ogni brava donna di casa. E anche disperazione, perché non
sempre, malgrado la scrupolosa attenzione e le cento misure del saggio
detto, tutto filava liscio. La manica poteva tirare, il collo fare
un becco e allora bisognava disfare e rifare.
Questo della camicia era un lavoro veramente impegnativo e qualificante.
Si diceva, quando si voleva giudicare negativamente una ragazza da
marito, non sa neppure cucire una camicia, o ancora più
grave non sa neppure infilare un ago. Era un classico
delle abilità femminili e non si sfuggiva. Ricordo benissimo
la camicia-modello, di velatino, cucita da me, a mano, alla scuola
media superiore, con tutti i punti appropriati filze, punto
indietro, sopragitto con un bel filo rosso perché fossero
più evidenti; e le asole, terribili, ché il filo si
arricciava; e il quadernetto a quadretti con i disegni e le spiegazioni
relative. La scuola media superiore femminile, prima della riforma,
comprendeva tra le materie dinsegnamento i lavori donneschi
con tanto di voto sulla pagella, e il numero culminante di questi
lavori era proprio la confezione della famigerata camicia per luomo
futuro di tutta la vita.
È incredibile quante cose dovevano saper fare le donne degli
anni Dieci e più incredibile ancora che riuscissero a farle.
A pensarci oggi viene il capogiro. La confezione in serie non era
nata e bisognava fare da sé, se i mezzi non consentivano di
ricorrere allartigiana qualificata.
Ma... ricordo che, quando era di turno la fattura del prezioso indumento,
mia madre diventava intrattabile e io cercavo di starmene quieta e
zitta giurando tra me, magari nellinconscio, che mai uomo avrebbe
indossato camicie uscite dalle mie mani.
Meno drammatica era la confezione di vestiti e grembiulini. La stoffa
allegra e vivace nei disegni e nei colori correva veloce sotto la
macchina da cucire che ticchettava rapida una Singer azionata
a mano, sognando quella a pedale, più moderna ma ancora troppo
costosa e allora potevo anche chiedere qualche ritaglio e cimentarmi
nella creazione di più o meno estrosi modelli.
Prima di cena, e dopo, la cucina diventava sala di lettura.
In casa cerano molti libri e entravano molti giornali. Mio padre
e lo zio Lorenzo erano lettori accaniti ed evidentemente propendevano,
come si direbbe oggi, per la pluralità dellinformazione.
La mattina, cerano Il Messaggero e LAvanti
e, a sera, mio padre rientrava con La Tribuna e lo zio
con Il Giornale dItalia. Comparivano poi La
Domenica del Corriere con il vivace disegno di Beltrame, LIllustrazione
Italiana con le sue cronache di viaggi e le belle foto di paesi
lontani e per me Il Corriere dei Piccoli, con Cirillino
dalla bocca spalancata nellimmancabile volio antola,
prototipo frutto di uneducazione già permissiva, e il
povero Fortunello impelagato in avventure e sventure più grandi
di lui.
Ma, veramente, più che Cirillino, mi attirava la lettura semiclandestina
che la zia Natalina, sorella di mia madre, faceva di un certo romanzo
a dispense, antenato delle telenovele, che ogni settimana veniva consegnato
direttamente a domicilio, previo pagamento di una specie di abbonamento
per un certo numero di dispense: premio finale di fedeltà un
orologio a pendolo da parete. Sennonché, la vicenda si complicava
sempre in modo tale da richiedere un supplemento di dispense e quindi
un supplemento di quota, mentre lorologio a pendolo si allontanava
nel tempo.
Cenavamo molto tardi per via degli orari di mio padre che completava
la sua giornata di lavoro con le ore straordinarie, e specie dinverno,
mentre mia madre cuciva o sferruzzava e sul fornello a carbone borbottava
la pentola, la zia leggeva a voce alta e io mi rivedo seduta su una
seggiolina bassa, attenta in ascolto. Non riesco a ricordare il lungo
titolo del romanzo fiume, una sorta di Beautiful, ma ricordo benissimo
che il protagonista si chiamava Filippo e mia madre e mia zia lo avevano
soprannominato Pippaccio per le sue numerose e svariate malefatte.
Doveva essere un aristocratico che aveva sedotto una ragazza povera,
la quale ragazza lo ricercava, lo inseguiva, lo perdonava, si lasciava
di nuovo imbrogliare e poi lo riperdeva. Lui era pieno di fascino,
ma anche pieno di vizi; perdeva tutto al gioco e alle corse ed era
perfido e cattivo tanto da suscitare lira e lo sdegno della
lettrice e della ascoltatrice adulta, ira e sdegno, in verità,
sempre venati di una certa ironia. Io seguivo la girandola di fatti
e di personaggi e cercavo di afferrare le situazioni che mi sfuggivano.
Ma ecco: una chiave gira nella toppa. Presto, è lo zio Lorenzo
che rientra. Lincriminata dispensa scompariva sotto il mio sedere.
Lo zio Lorenzo e mio padre non ammettevano una così banale
lettura e la turlupinatura del pendolo di là da venire.
Credo che mia madre e mia zia fossero attratte, più che dalle
vicende dei personaggi, proprio dallorologio che rappresentava,
con la sua cassettina di noce, colonnine più o meno tornite,
le lunghe lancette e i contrappesi lucenti e il tic-tac lento e misurato,
un lusso diversamente irraggiungibile.
Ma forse la lettura era per loro anche un evasione da una vita
quotidiana dove cera solo lavoro, e anche una compensazione
poiché questi personaggi che, sempre, erano signori
e vivevano le loro avventure in ambienti di ricchezza e di lusso,
o non erano onesti o non erano felici. Quindi il denaro non
fa la felicità, anche se i quattrini mandano lacqua
per in su, si sfogavano parlando per detti, sintesi di esperienza,
come duso nel linguaggio paesano. Le vicende, pur lasciandole
scettiche, indubbiamente gratificavano inconsci fremiti di rivendicazioni
femminili e sociali che, specie in mia madre dal carattere forte e
ribelle, dovevano agitarsi nel profondo. Gli uomini, i padroni assoluti,
i despoti erano dunque a volte anche dei bei mascalzoni da disprezzare.
Comunque, io ne dedussi, e non sempre fu un bene, che da loro bisognava
guardarsi.
Altri e più nobili personaggi si agitavano, però, nella
cucina della mia infanzia quando il lettore di turno era mio padre.
Dante laltissimo, che mi figuravo altissimo di statura
in giro per la città di Firenze, con sul capo quella corona
di lauri che non capivo bene come si reggesse; Lucia e Renzo con i
relativi polli, e linfame Don Rodrigo e il povero Don Abbondio
e il vile Azzeccagarbugli delle cui legali malefatte la zia e mia
madre erano molto comprese per certe loro vicende familiari che le
avevano indotte al più profondo disprezzo per tutta la categoria
dei legulei. Non mancava Ettore Fieramosca, il vendicatore dellonore
nazionale, che si confondeva con il braccio rotto dello stoico Massimino
de I miei ricordi. Cera Il padrone delle ferriere, che nel trionfo
delleguaglianza conquistava finalmente laristocratica
moglie e poi ricordo Il giovane povero, ma non ne so più il
finale. E naturalmente cera Cosetta, la piccola de I miserabili
e lEnrico strappalacrime di Cuore. Una vera insalata russa,
per una bambina, da far inorridire qualunque accorto pedagogista,
ma uninsalata che non credo abbia fatto danni particolari se
mi ha lasciato poi il bisogno, lavidità della lettura.
E tanta curiosità per i libri proibiti che sapevo nascosti
in un cassetto: dalle opere di DAnnunzio a quelle di Verga...
La Babele delle letture non aveva limiti. Mio padre era un appassionato
di storia e ricordo certe dispense di una edizione popolare di Storia
romana con orrende figure a colori di agguati e di assassinii fra
le mura dei palazzi imperiali, con pugnali che vibravano colpi mortali
e mantelli di porpora svolazzanti, figure che mi tornavano in mente
e mi davano una certa apprensione quando mi aggiravo con mio padre,
nelle domeniche di sole, tra i ruderi del Palatino. Ricordo anche
una più elegante e curata edizione della vita di Napoleone
che si accordava con il fatidico Ei fu... di manzoniana
memoria.
Nella cucina della casa di città si leggeva dunque molto, anche
se le letture erano scoordinate ed eterogenee. Si leggeva molto ed
io ero unattenta ascoltatrice. Non ricordo però che alle
letture eterodosse della zia Natalina e a quelle più qualificate
di mio padre si accompagnasse e si alternasse, nella mia prima infanzia,
il racconto di favole vere e proprie, le classiche fiabe di fate e
di maghi.
Favole ne ho poi lette e molte per conto mio, quando sono venuti gli
anni della scuola. Le favole dei Grimm: quella dei Cinque servitori,
con i sensi acuiti al massimo (uno vedeva al di là delle montagne,
laltro sentiva nascere lerba), e quella del gallo che
con il suo chicchirichì, tradotto in qui qui rei
alle orecchie dei ladri, li mette in precipitosa fuga. Di quelle di
Andersen ricordo langoscia per la piccola fiammiferaia che accende
lultimo zolfanello dellultima scatola, la paura per i
due bambini Hans e Gretel sperduti nella foresta e caduti in mano
alla strega che si prepara a cuocerli nel forno, piacevole situazione
ben evidenziata da una bella illustrazione!
Di fiabe tradizionali raccontate oralmente non ho memoria. Credo proprio
che né la mamma né la zia ne conoscessero. Raccontavano
invece certe storie di paese, anche alquanto audaci. Quella, ad esempio,
del prete che avendo rubato una gallina la nascondeva, ma non perfettamente,
sotto la cotta, così che il chierico era costretto in un suo
improvvisato latino ad avvertirlo: Ammanta cotta, domine, se
vedono li zampoli!.
E laltra, di un certo frate avaro e babbeo cui i ladri giocano
un brutto tiro. Si presentano in veste di inviati dal cielo e gli
promettono il paradiso sicuro insieme al gruzzolo custodito in una
certa sua cassetta nascosta. Al segnale stabilito, la cassetta e luomo
saliranno in cielo. Dal tetto scende una lunga fune e una voce avverte:
In gloria, fra Giovanni, che in ciel ti vuol Gesù,
avanti la cassetta e appresso vieni tu. Naturalmente, la cassetta
legata alla corda scompare verso lalto, ma il povero fra
Giovanni rimane sulla terra.
Unaltra aveva del boccaccesco. Narrava di una certa sora
Domitilla che aveva come amico il prete e lo riceveva, nellassenza
del marito, a un segnale convenuto: una candela accesa alla finestrella.
Il marito geloso sorprendeva il prete e gli impartiva un bizzarro
castigo di candele accese sotto il sedere che mi facevano molto ridere.
Non cè da stupire se accanto alle pratiche religiose
più o meno scrupolosamente seguite, la zia e mia madre non
esitavano a vedere i preti in berlina. La regione in cui erano nate
la Sabina aveva fatto parte fino al 1870 dello Stato
Pontificio e mia madre e i suoi fratelli maggiori erano nati sotto
il governo pontificio.
Il potere di cui il prete era detentore e simbolo spingeva i parrocchiani-sudditi
alle storielle più dissacranti. Ma sempre con bonomia. Il buon
senso paesano vedeva il prete nel suo doppio aspetto: ministro di
dio e poveruomo mortale carico di debolezze e di difetti come
tutti gli altri.
Ma non sempre erano di scena i preti amati e odiati. Cera la
storia della grotta misteriosa, piena di tesori che si schiudeva alle
magiche parole Apriti Sesamo! pronunciate dai briganti.
Vi si raccontava che un povero contadino aveva scoperto il segreto
della formula magica ed era entrato, ma poi non sapeva le parole per
uscire, e io tremavo per lui perché i ladroni sarebbero certamente
tornati da un momento allaltro. Doveva essere un libero rifacimento
della fiaba di Alì Babà.
Cerano le storie di animali con la volpe in testa, e cera
anche la storia del pastorello che mi piaceva tanto e che era una
specialità di mia madre. Marzu, Marzittu, u picurillo
meu ha missu u curnittu!, scherniva il giovane pastore orgoglioso
e sicuro di essere ormai fuori dai pericoli del freddo e dellinverno.
Ma Marzo cattivo si vendicava. Sul più bello, copriva la terra
di grandine e di gelo e il povero picurillu, lagnellino di latte,
rimaneva stecchito.
Altre storie, date per storie vere, erano addirittura tenebrose e,
a sera, mi impedivano di stare al buio da sola. Narravano di tesori
nascosti ai piedi della quercia che bisognava andare a cercare, volendoli,
a mezzanotte precisa di una notte senza luna, sulla montagna lontana
chiamata Scrocco. Luomo solo, o gli uomini, a seconda degli
ordini misteriosamente tramandati, partivano con pala e zappa, ma
quando arrivavano sul posto, sotto la quercia indicata, e sentivano
che qualche cosa cera in fondo alla buca scavata, venivano sorpresi
sempre da fulmini e saette o strane fiamme che guizzavano su dal terreno.
E i poveretti o ci rimettevano la pelle o tornavano con i capelli
bruciacchiati o imbiancati di colpo dalla paura.
Anche le matrigne comparivano spesso in storie di sventura e di miseria,
erano anzi tra i personaggi cattivi ricorrenti, insieme ai ladroni
e ai briganti, agli spiriti e ai demoni messi a guardia di tesori
maledetti.
Decisamente, tra i personaggi della mia prima infanzia ritrovo solo
vagamente Cenerentola con il suo vestito trapunto di stelle, e la
fata con la stella in fronte e la magica bacchetta.
La cucina, adibita a tanti usi, non serviva da stanza da pranzo. Stranamente,
le era stata preferita la grande stanza dingresso quadrata,
sulla quale si aprivano tutte le porte, ma nessuna finestra. Forse
velleità dettata a mia madre dallantica casata cui riteneva
di appartenere, o un istintivo bisogno di unaccuratezza più
accentuata, forse semplici motivi di spazio e di comodità avevano
determinato la scelta di un locale a parte per consumare i pasti del
giorno e della sera.
La stanza da pranzo era, allora, un segno già distintivo di
un certo stato sociale. Un gradino più su si arrivava al salotto
buono, quello che si teneva sempre al buio affinché la luce
non stingesse la tappezzeria e dove sempre aleggiava un odore di cera
e di canfora. Poi, naturalmente, si passava al plurale dei salotti
distinti dai vari colori, allo studio, ecc. Mia madre, probabilmente,
non aveva voluto rinunciare al primo gradino della scala... e lingresso
era stato nobilitato a sala pranzo.
Al centro, un tavolo quadrato che in caso di ospiti si poteva allungare
facendo scorrere due tavole da sotto il piano; intorno quattro sedie
con una bella paglia verde scuro intercalata da righe di paglia chiara;
sopra, quando non era apparecchiato, a coprire il piano di legno grezzo,
un bel tappeto con frangia, a disegni di fiori e di frutta intrecciati
a ghirlande. E, attenti a non macchiarlo, a non sporcarlo, a non bucarlo:
doveva durare.
Di lato, sullunico tratto di parete libero tra due porte, la
cristalliera a due piani, altissima. La parte in basso chiusa da due
ante di legno, la parte in alto da due ante in vetro che lasciavano
intravedere, in bellordine, le tazzine da caffè di ceramica
bianca a grosse rose rosse e foglie verdi, al centro la zuccheriera
con le due testine laterali; e i bicchieri a calice e le bottiglie
a cipolla, dal collo lungo e dal tappo di vetro, a cipolla anchesso
che, disperazione, si rompeva con tanta facilità.
Una sorta di arcata, formata da unapertura nel muro maestro,
dava allambiente una sua caratteristica. Dal centro, in alto,
pendeva il lume a petrolio, il classico lume in ottone brunito, sospeso
alle tre lunghe catenelle, con la boccia centrale come portata e sorretta
da tre ali laterali in cui certe figure intagliate, con una vaga aria
di angeli, suonavano una tromba. Il tubo di vetro e la grossa campana
di porcellana sovrastante completavano il tutto. Io lo trovavo molto
bello e lussuoso e fantasticavo sugli angeli e sulle trombe. Serafini?
Cherubini? Chissà!
Nel mio più lontano ricordo, nel tubo cè la fiammella
a petrolio che sale azzurrognola e a volte fa fumo e annerisce il
vetro. Ma presto si annunciò la luce elettrica e iniziarono
le discussioni sulla spesa. Elettricità sì, elettricità
no. Costa. Si può, non si può. Si starà attenti;
si terrà accesa al minimo possibile così il contatore
segnerà pochi kilovat. Ma cè la possibilità
del contratto a forfait molto conveniente: si paga una
cifra tot, per un consumo tot, a tariffa tot. Tutte parole nuove e
misteriose, e mio padre che dice di sì e mia madre che dice
di no.
Questa volta vinse il sì. Lunghi cordoncini furono tesi lungo
tutte le pareti in alto e in basso, un grosso contatore a cassettone
imbruttì la stanza dingresso che pur aveva un suo garbo,
e la lampadina a forma di pera fu avvitata al centro del lume ex a
petrolio, al posto del tubo cilindrico che passò nel regno
delle cose finite. Un giro alla grossa chiavetta di porcellana dellinterruttore
e nella stanza... brilla il sole. Un sole rossastro e pallido, se
visto oggi, ma allora un vero sole.
Arrivavano i tempi moderni.
A tavola, nellingresso-pranzo, si doveva stare composti. Tutti,
ma in particolare io, bambina. Quando si mangia non si parla; quando
si parla, mai a voce alta; non si ride, non si chiede, non si tocca,
non si succhia, non si fanno rumori, non sinterrompe il discorso
degli altri, non si prende niente con le mani, non ci si alza senza
permesso, non si lascia cibo nel piatto. E si deve mangiare la minestra
anche se non piace, si deve bere a intervalli anche se non va, si
deve sbucciare la frutta, si deve stare fermi. La serie dei non si
deve e dei si deve era infinita e la presenza di una istitutrice inglese
non credo avrebbe potuto aumentarla. Le regole, del resto, valevano
anche per i grandi e mio padre, che a volte allungava la forchetta
a pescare nel piatto di portata, era considerato molto
maleducato.
I cibi arrivavano fumanti dalla cucina che si apriva sullingresso
e mia madre, poggiato il piatto da portata da un lato, faceva le parti
con occhio attento. Io sedevo accanto a mio padre e, più grandicella,
gli tagliavo la carne e gli sbucciavo la frutta, le cose che lui non
poteva fare con la sua unica mano.