da Brisca ai grandi magazzini Internet


Capitolo primo

La fuga di Brisca

C’era una volta in un paese di mezza montagna una famiglia di cagnetti che viveva nel cortile di una fattoria. C’era il babbo, c’era la mamma e poi c’era una cagnolina di nome Brisca perché era stuzzichina come la frutta staccata dal ramo quando è ancora un po’ asprigna.
Il babbo e la mamma erano molto buoni e, per quanto le loro condizioni economiche non fossero delle migliori, tuttavia facevano grandi sacrifici affinché a Brisca non mancasse niente di essenziale. Il babbo era un cane da guardia e sovente faceva gli straordinari fino a notte fonda per procurarsi una polpetta di tritata in più oltre la razione quotidiana. Allora arrivava a casa scodinzolando felice e la metteva subito nella pappiera di Brisca perché potesse crescere sana e robusta.
La mamma era una cagnetta di casa e, quando le capitava l’opportunità, per arrotondare il bilancio familiare si prestava per servizi occasionali come scendere in paese a prendere il giornale o scovare qualche tartufo nei campi circostanti.
La vita, dunque, scorreva tranquilla senza particolari emozioni. La mamma svegliava Brisca al mattino presto, l’aiutava a lavarsi e vestirsi poi le preparava una buona colazione e l’accompagnava a scuola. Al rientro Brisca giocava un po’ nel cortile oppure andava a trovare le amiche delle fattorie accanto. Quando riusciva a concedersi qualche momento di riposo, accendeva la televisione e guardava gli spettacoli del pomeriggio.
A Brisca piacevano le pubblicità, soprattutto quelle che avevano per protagonisti cagnolini felici, sempre sorridenti, circondati d’affetto e di tutto ciò che può far scodinzolare di gioia un cucciolo: biscotti, leccornie prelibate, pellicciotti ben curati, giochi di ogni sorta e per ogni fantasia.
Naturalmente l’attraevano anche gli spettacoli di varietà con ballerine e cantanti e, certe sere, si tratteneva di fronte al televisore in compagnia dei genitori fino a quando la raggiungeva il sonno e si addormentava con la testolina reclinata sulle loro spalle. Allora la mamma l’accompagnava a cuccia rimboccandole le coperte.
Di notte, Brisca piano piano incominciava a sognare. Sognava splendidi giardini e un fantastico mondo colmo di musica e di colori. A volte sognava di essere una top model acclamata dal successo e desiderata da uno stuolo di ammiratori. A volte di essere una celebre cantante o una famosa ballerina che, non appena si presentava sulla scena, veniva accolta da fragorosi applausi e lanci di rose rosse.
Al mattino, quando si risvegliava restava molto delusa di ritrovarsi nello stesso cortile polveroso con il babbo sempre troppo stanco da non trovare quasi mai il tempo per giocare con lei e la mamma con la stessa pelliccia consunta che non riusciva a rinnovare da anni. Anche le amiche del vicinato le sembravano rozze, senza nessun’altra ambizione o prospettiva che quella d’insudiciarsi a guardia di qualche pollaio scalcinato.
Così una sera che, come le altre, stava guardando la televisione con la mamma e il babbo, all’improvviso disse: “Io voglio andare a vivere in città”.
Il babbo per la stanchezza si era appisolato sulla poltrona e non capì bene cosa avesse detto, ma la mamma provò un tuffo al cuore ed esclamò: “Cooosa?!...”
“Sì, hai capito bene, sono stufa di stare qui, in questo paese senza alcun avvenire; voglio andare in città e diventare una top model”.
“Una top model?...” ripeté il babbo riscuotendosi dal torpore della sonnolenza, “che top model e top model d’Egitto, noi non sappiamo far altro che la guardia al cortile”.
“Questo lo dici tu”, ribatté prontamente Brisca.
“Fila subito a letto, impertinente”, intimò severamente il babbo.
Brisca però era ormai decisa e un bel giorno, anziché tornare a casa da scuola, imboccò la strada che conduceva al fondovalle e lasciò la fattoria. Il suo cuore batteva forte perché nonostante tutto le dispiaceva abbandonare il babbo e la mamma. In più scendeva una pioggerellina fitta fitta che arrivava di sghimbescio inzaccherandole la pelliccia. Ma il sogno di riuscire a diventare una top model era talmente forte che nulla al mondo l’avrebbe fatta desistere.
La città si trovava al di là delle montagne e la strada per arrivarci era piena di pericoli. Le macchine sfrecciavano in continuazione avanti e indietro incuranti della sua presenza e, pertanto, doveva fare molta attenzione a dove camminare per non incorrere in guai seri. In prossimità di un casolare, un gruppo di monelli appena la videro si divertirono a prenderla come tirassegno e le gettarono sassate. Brisca si spaventò e dovette correre a perdifiato per sottrarsi a quella gragnuola di sassi che le piombava addosso da ogni parte.
Intanto, cammina cammina, incominciava a far notte. Da quando aveva lasciato casa, Brisca non aveva più toccato neanche un tozzo di pane e pensò che sarebbe stato meglio guardarsi intorno per trovare qualcosa da mettere sotto i denti. In lontananza scorse un accampamento con persone che andavano e venivano e fiutò un certo profumo che le stuzzicò ancor più l’appetito. Era un campo di nomadi e Brisca si avvicinò timidamente sperando di non farsi scorgere.
Invece uno spinone dalla voce roca e il pelo ispido l’apostrofò così: “Ciao piccola, cerchi qualcosa da queste parti?”
“Chi, io?” sobbalzò Brisca che non si era accorta del suo interlocutore.
“E chi, se no?”
“Io sono in viaggio”.
“Ah, bene, sei in viaggio? Ma guarda guarda... e dove vai di bello?”
“In città”.
“In città?” ripeté lo spinone sempre più incuriosito. “E cosa ci vai a fare in città?”
“La top model”, rispose Brisca.
Allora lo spinone scoppiò in una risata sonora e chiamò a raccolta gli altri cani dell’accampamento affinché partecipassero all’incontro.
“Sentite ragazzi”, disse continuando a sghignazzare, “la piccina vuole andare in città per diventare una top model”.
“Ah... ah”, fece un randagio con la coda mozza.
“Una top model?... Questa sì che è bella... c’è da morir dal ridere”, aggiunse un bastardotto rotolandosi per terra.
“Senti senti, la smorfiosa...” commentò con sussiego una barboncina attempata squadrando Brisca da capo a piedi.
Lo spinone si avvicinò a Brisca e, tenendole sollevato il musetto con una zampa, l’apostrofò con un tono minaccioso della voce:
“Sentimi bene carina, a me dove vai e cosa ci vai a fare non me ne importa proprio un bel niente, capito? A me interessa sapere che cosa ci fai qui adesso e che cosa vuoi”.
“Ho fame. È da questa mattina che non tocco cibo...” mugolò Brisca sempre più impaurita.
“Ah, hai fame?”
“Sì, ho tanta fame”, ripeté ancora Brisca.
“E cosa ti aspetti da noi, eh? Che ti imbandiamo tavola e ti invitiamo al cenone di gala?” domandò con sarcasmo il bastardotto ridendo a crepapelle e continuando a rotolarsi per terra.
“Senti senti, la signorina, che pretese...” aggiunse con sdegno la barboncina attempata.
Brisca cercò di sottrarsi all’assedio che la circondava ritraendosi verso la strada con la speranza di riuscire a fuggire, ma lo spinone se ne avvide e si piazzò di fronte a lei impedendole di proseguire; quindi con un urlaccio le intimò: “Dove credi di andare? Adesso che sei qui ti insegneremo noi il modo per guadagnarti il pane!”
Brisca si sentì persa e a stento riuscì a trattenere le lacrime. Le tremavano le gambe e sentiva che la coda tutto a un tratto era diventata pesante come un macigno e le ciondolava per terra.
“Cosa devo fare allora?” domandò con un filo di voce.
“Ma quello che facciamo tutti noi”, rispose perentorio lo spinone.
“E cioè?”
“Rubare gli ossi nelle fattorie che ci sono nelle vicinanze, oppure catturare qualche bel pollastrello”.
“Rubare?” fece Brisca. “Ma nella mia famiglia siamo tutti cagnetti da guardia, come potrei rubare io?...”
Lo spinone le si avvicinò minaccioso e con un ringhio poco rassicurante, tagliò corto: “Senti piccola, qui sono io che decido cosa devi o non devi fare. E adesso togliti di mezzo che di chiacchiere ne abbiamo già fatte fin troppe; e non provare a tornare a mani vuote”.
Brisca s’ingobbì e con la coda stretta tra le gambe si ritrasse lentamente controllando di sottecchi le intenzioni del gruppo. A quel punto la raggiunse un urlaccio di avvertimento dello spinone: “E non cercare di fare la furba tentando di fuggire perché altrimenti... zac”, e con la zampa la minacciò mimando il gesto di tagliarle la gola.
Tremante per la paura Brisca si avviò lungo il ciglio della strada. Sopra di sé sentiva lo sguardo cattivo dei cagnacci che la seguivano pronti a farle del male se avesse disobbedito. Ormai era quasi notte e a stento riusciva a individuare la carreggiata. Intorno la campagna le sembrava infinita. Qua e là le luci dei casolari le indicavano che forse da qualche parte c’erano cuccioli felici che dormivano accoccolati al calore della mamma.
Singhiozzando si diresse verso una fattoria recintata da una siepe che si alzava nel buio come un muraglione invalicabile. Con fare guardingo si avvicinò al cancello e scrutò nell’oscurità. Non scorse nessuno, allora sgusciò tra le sbarre ed entrò nell’aia.
Percorsi pochi passi si sentì piombare addosso un enorme dobermann nero con gli occhi fosforescenti. Terrorizzata, Brisca lanciò un urlo che attraversò il silenzio della notte. Il dobermann si meravigliò che un batuffolo di quelle dimensioni potesse inscenare tutto quel baccano e per la sorpresa s’arrestò interdetto nel mezzo dell’aia; Brisca ne approfittò per sgattaiolare nuovamente tra le sbarre del cancello e scappare via. Purtroppo riuscì ad arrivare poco lontano perché si accorse che lo spinone si era acquattato e la sorvegliava mimando nuovamente il gesto di tagliarle la gola.
Brisca si sentì persa e guardò in alto nel cielo. C’era una stellina più piccola e luminosa delle altre. Almeno così apparve a Brisca: più piccola e luminosa di tante altre. Brisca la guardò ancora e all’improvviso le sembrò che si fosse avvicinata. In quel momento il cancello della fattoria si aprì con un cigolio e uscì un furgone che trasportava della legna. Brisca non ci pensò più di un attimo: con le forze che le erano rimaste gli corse dietro e con un salto vi balzò sopra.
Tutto si svolse così rapidamente che, quando lo spinone se ne rese conto, Brisca si era già dileguata nel buio della notte.