da Viaggio controvento

Arrivare per ripartire

"Non ne posso più". Berni fece scivolare dalle mani le due valigie pesanti come piombo. Il sole di giugno era alto nel cielo e pizzicava. "Sudo come un ippopotamo".
Anche zia Carla appoggiò la sua valigia a terra. "Gli ippopotami non sudano".
Berni si strappò di dosso cappotto e giacca e guardò in su verso zia Carla. "Ma io sudo come un ippopotamo. Giacca e cappotto con questo caldo!"
Lo sguardo di zia Carla vagò per la strada. Parecchie case erano state distrutte da bombe o granate. Neanche una sembrava abitata. Restavano in piedi solo le facciate. Davanti a una porta sonnecchiava un cagnolino pelle e ossa.
Con una manica la zia si asciugò il sudore dalla fronte e dal viso. "Lo sai che le cose pesanti non entravano in valigia. Il prossimo inverno ci serviranno".
"Il prossimo inverno questa roba non mi andrà più bene". Berni fece una smorfia e si leccò le perle di sudore dal labbro superiore. Continuava a non vedersi anima viva. Nessuno usciva da nessuna casa, non si apriva nessuna finestra. Berni provò un senso di forte inquietudine. Si chiese se tutti fossero fuggiti. "Se ne saranno andati tutti via?"
"Perché dovrebbero uscire di casa con questo caldo?"
"Sai come si chiama questa città?"
"Certo. Siamo a Laa sul Thaya. Questa era la nostra meta".
"Siamo già in Austria?"
"Spero bene!"
"Sei mai stata qui?"
"No, che io sappia. Forse in un’altra vita".
A Berni non piaceva quando zia Carla parlava così. "Non ti puoi ricordare di un’altra vita".
"Hai ragione, come al solito".
Finalmente si mosse qualcosa giù nella strada. Un bambino correva da una casa all’altra, sua madre lo seguiva. Berni li osservò. "Forse hanno paura di noi".
"Non saremo certo i primi profughi che passano di qui".
Di colpo Berni si rese conto di quanto fosse stanco e indolenzito. Non era più capace di trascinare la valigia. Aveva le mani escoriate. Gli faceva male la schiena. Aveva fame e sete. "E adesso che facciamo?"
"Andiamo alla stazione. Forse i treni già viaggiano". Zia Carla gli diede un colpetto sul piede. "Avanti, ragazzo mio, altrimenti mettiamo radici qui".
Zia Carla era sua zia, ma anche la sua seconda madre esattamente da un anno, da quando sua madre era annegata mentre nuotava nel fiume. L’avevano trovata solo dopo molte ore. Il suo cuore, come si usa dire, aveva ceduto. E la frase lo colpiva per la sua esattezza. Dopo che le avevano annunciato con una lettera che suo padre era caduto in Russia, sua madre era cambiata. Sembrava che nei pensieri fosse infinitamente lontana. Poi il suo cuore aveva ceduto.
Zia Carla lo prese con sé. Era la sorella più grande della madre e Beni aveva sempre avuto un po’ paura di lei. Era alta e sottile, aveva capelli corti, lisci e neri, che le facevano una specie di berretto lucido sul capo. La sua voce era cupa e rauca; portava sempre pantaloni e giacca e la mamma, che le era molto affezionata, diceva: "Carla si comporta da uomo e ha l’aspetto di un uomo". Ma zia Carla non sopportava gli uomini. Soprattutto quando portavano un’uniforme. "Li puoi addestrare come cani. Io non lo tollererei".
Berni non condivideva la sua opinione. In fin dei conti anche lui portava un’uniforme, da quando era nell’organizzazione dei Pimpfen.
Adesso erano in cammino, non si sa per dove. I tedeschi, incalzati dai russi, avevano dovuto lasciare Brünn. I cechi volevano il paese tutto per sé. Eppure tedeschi e cechi vivevano assieme da un’eternità. Lui e zia Carla avevano potuto rimanere ancora un po’ perché un amico ceco li aveva accolti. Non dovettero, come molti altri, fare la strada fino alla frontiera a piedi. Andarono in treno fino a Nikolsburg, da lì a piedi arrivarono alla frontiera con l’Austria. Erano in viaggio da tre giorni.
Zia Carla gli aveva proibito di dire una sola parola sul treno strapieno. "Devi far finta di essere uno stupidello muto. Non devono riconoscerci come tedeschi. Altrimenti alla prossima stazione ci buttano fuori". Zia Carla parlava il ceco bene come il tedesco.
Riuscì a non dire una sola parola. Zia Carla lo elogiò: "Ogni tanto dovresti proprio far finta di essere muto. Così quel chiacchierone che sei non mi darebbe tanto sui nervi". Esagerava, come sempre.
Camminavano lungo la strada deserta, spesso poggiavano le valigie. La zia stabilì che la distruzione della città era molto recente. A Berni la cosa interessava poco, desiderava invece che quella marcia faticosa finisse presto. E intanto molti pensieri gli frullavano nella testa. "È folle", pensava, "poco fa avevamo una casa. Io abitavo con zia Carla a Brünn. Andavo a scuola, avevo un sacco di amici. E ora è tutto sparito. Di colpo non potevamo rimanere più lì perché siamo tedeschi".
Era l’inizio di giugno del 1945. La guerra era finita, ma non c’era pace. Hitler era morto, ma c’era ancora gente che affermava che era stato un grande Führer, un grande capo.
"Credi che da qui si vada alla stazione?"
Zia Carla annuì, ma fu solo un cenno.
"Ho sete".
"Anch’io". Zia Carla lasciava l’aria sibilarle tra i denti.
"E anche fame", aggiunse Berni un po’ più piano.
Zia Carla sembrava cercare un modo per consolarlo. Alla fine chiese semplicemente: "Qualcos’altro?"
"Sì, fai passi troppo grandi".
Senza rispondergli, rallentò. Gli sembrava un miracolo: stavano arrivando alla stazione. Non che potesse paragonarsi a quella di Brünn. Era una piccola costruzione bianca con un tetto scuro, al centro del quale spuntava una piccola torre. Probabilmente da lì il capostazione controllava l’arrivo e la partenza dei treni.
Il piazzale brulicava di gente. Zia Carla si fermò. "Avrei dovuto immaginarlo. Perché gli altri dovrebbero essere più stupidi di noi? Aspettano un treno, se mai ne arriverà uno".
Adesso non rallentava più. Avanzava come un fulmine. Berni faticava a starle dietro. Brandendo le valigie la zia si faceva largo tra la folla. Berni seguiva la sua scia. Si fermò davanti a un impiegato della stazione. Berni stava tra le due valigie, nascosto dietro di lei che andò subito al sodo. "Per favore, mi può dare un’informazione che mi serva davvero a qualcosa?" Ebbe successo. L’impiegato l’osservò, accennò un inchino e disse piano: "Mi segua in ufficio, gentile signora". Perfino da profuga zia Carla rimaneva zia Carla. Essere chiamata gentile signora la faceva distinguere.
L’ufficio era microscopico, odorava di cera per lucidare e fumo di sigarette. Il caldo era opprimente. Berni non riusciva quasi a respirare. Zia Carla inspirò rantolando ed esclamò: "Gesù!"
L’impiegato si sedette, offrì a zia Carla l’unica altra sedia che c’era e Berni si mise alle sue spalle.
"Suo figlio?" chiese l’impiegato.
"Diciamo di sì", rispose zia Carla.
"Penso che voglia sapere se può proseguire da qui con un treno". La maniera complicata con la quale l’uomo si esprimeva faceva sembrare che toccasse ai treni trovare il modo di raggiungere Laa sul Thaya. "Al momento non abbiamo un orario".
"Me lo immaginavo", disse zia Carla.
"A un certo punto ne arriverà uno, a un certo punto tutto si normalizzerà". L’uomo si piegò in avanti. Zia Carla si appoggiò all’indietro, per non essere costretta a respirare il suo fiato. "Quindi non ci rimane altro da fare che aspettare".
L’impiegato aveva barba sul mento e sul labbro superiore. "Stia attenta alle sue carabattole. Gira un sacco di gentaglia".
"Figurarsi se diamo nell’occhio". Zia Carla sorrise e guardò la finestra. Da fuori due donne fissavano incuriosite l’interno. "Noi facciamo parte di quella gente".
"Ma, gentile signora, la prego!"
"Lascio a lei fare la differenza. Tra l’altro il mio nome è Orlowski, Carla Orlowski. E questo è Berni".
"Huber". L’uomo fece un inchino e ripeté il suo nome per tre volte. Poi prese una posa da funzionario. "Vi do un indirizzo. Là dalla Croce Rossa avrete cibo e, forse, un alloggio".
Zia Carla si alzò, allungò la mano verso la maniglia della valigia. "Grazie", disse, "forse".
Anche l’impiegato si era alzato. "Non è lontano. La cucina è nello scantinato".
"Sarebbe curioso che lo scantinato fosse in cucina", sibilò zia Carla spingendo Berni davanti a sé.
L’impiegato le aprì la porta e sussurrò: "Di giorno dovreste trattenervi nelle vicinanze della stazione. Se ci fosse un treno, ci sarebbe un preavviso brevissimo".
Trovarono senza perdersi la casa indicata e lo scantinato con la cucina e furono accolti gentilmente da alcune donne con la fascia della Croce Rossa al braccio.
Berni non si sentiva per niente bene. Le gambe sembravano appese al suo corpo come macigni, le mani ferite gli dolevano. Sotto giacca e cappotto correva il sudore.
Qualcuno gli mise delle posate di latta in mano. "Siediti, ma mangia lentamente". La zuppa era tiepida e sapeva di farina bruciacchiata.
Gli adulti parlavano al di sopra della sua testa.
"Da dove venite?"
"Da Brünn".
"E da quanto tempo siete per strada?"
"Tre giorni".
"E il ragazzo?" domandarono. "Il ragazzo?"
La zuppa o quello che era, quella pappa densa gli ritornò su. Berni poté soltanto spalancare la bocca, chinarsi e lasciar traboccare tutto sul pavimento di pietra, ma senza sentirsi poi così male.
"Santo cielo", udiva mormorare intorno a lui.
"Ha mangiato troppo in fretta", diceva una donna.
"No, no", obiettava un’altra, "ha mangiato troppo poco per troppo tempo".
Zia Carla gli si accovacciò vicino e gli mise una mano sotto il mento. "C’è di peggio", disse consolante. Lo diceva spesso quando qualcosa non andava.
Berni era pronto per addormentarsi. Nuotava in un mare di stanchezza mentre le donne chiacchieravano tra di loro.
"La casa vicina", disse una donna, "è solo parzialmente bombardata, nella cantina si è istallata una famiglia di Prossnitz. Non so se hanno resistito. In ogni caso al pianterreno troverete alloggio e tutto il necessario. C’è quello che serve per i letti. Dovete portarvi le coperte. Ci sono perfino un armadio e un paio di sedie. Se volete rimanere di più, dovete procurarvi un tavolo".
Zia Carla lo tirò su pian piano per il bavero. "Ancora pochi passi, ragazzo".
In qualche modo si trovò disteso sulle assi di legno di un letto, avvolto in una coperta e si addormentò subito.
Ma zia Carla non gli permise di dormire a lungo. Lo scosse ed egli vide sopra di sé una striscia azzurra di cielo, come se fosse dipinta sul soffitto della stanza. Guardò e cercò di raccapezzarsi.
Zia Carla, come lui, guardava in alto. "Già, non c’è più tetto. I frammenti sono in giardino. Dobbiamo addossare i letti alla parete, se mai dovesse piovere. Anche lì ci sono delle crepe, ma leggere".
Gli indicò orgogliosa il tavolo che aveva trovato nel frattempo. Così potevano cenare con calma. Aveva ottenuto anche un pezzetto di formaggio e un po’ di pane dalla signora Trübner, la donna che aveva il comando nello scantinato. Trascinò una sedia vicino al suo letto e lo osservò preoccupata. "Stai un po’ meglio, Primula?"
"Non mi chiamare così. Altrimenti vomito di nuovo".
"Perché no? Nessuno ci sente".
"Lo trovo stupido".
"Io no".
Primula. Così l’aveva chiamato, quando l’aveva preso con sé dopo la morte della mamma e a sera cercava invano di lottare contro le lacrime. L’aveva preso in braccio e di slancio gli aveva sussurrato 'Primula' sopra la testa: mio Primula. Più tardi gli aveva spiegato che gli aveva fatto l’impressione di un fiorellino reclinato, come un primula.
"È una primula", si difese Berni.
Ma la zia non si arrese. "Per me è un primula e basta".
Presero posto a tavola. Zia Carla gli augurò buon appetito. Doveva mangiare piano e masticare bene. Fece il pane a pezzettini e lo imboccò. "Non tornerà su niente, ragazzo".
Tra un boccone e l’altro Berni chiese: "Adesso che facciamo?"
"Che dobbiamo fare?" Zia Carla pescò dalla borsa il portacipria e fece una smorfia davanti allo specchietto. "Che dobbiamo fare? Prima dormiremo bene. E poi aspetteremo che passino i treni anche in questo buco".
"E quando succederà?"
Zia Carla si incipriò il naso e chiuse la scatolina con un colpo secco. "Ma non ci annoieremo di certo".
"Sei sicura, zia Carla?"
"L’importante è che abbiamo un tetto sopra di noi". Guardò in maniera teatrale verso il soffitto squarciato. "E che non ci cada in testa. Ora buona notte, ragazzo mio"
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