da Storie di draghi

Costantino e il drago

Tre fratelli un giorno partirono in cerca di lavoro, e ben presto giunsero nei pressi di una montagna ai cui piedi si stendeva un campo di grano. Il grano era maturo, pronto per la mietitura.
Costantino, il più giovane dei tre fratelli, suggerì: “Tagliamolo, e quando viene il proprietario ci faremo pagare”.
Stavano appunto mietendo il grano, quando la montagna tremò tutta, e ne balzò fuori un drago.
“Ecco che arriva il padrone del campo!” esclamò Costantino.
Benché il drago avesse delle ali piccole piccole, tra saltelli e svolazzi si muoveva a gran velocità. Piombò nel campo e gridò: “Che state facendo?”
“Tagliamo il tuo grano”, rispose Costantino, “con la speranza che tu ci paghi”.
“Continuate”, disse il drago.
Così loro continuarono, e quando metà del grano fu tagliata, il drago si rivolse a Costantino.
“Vai a quella montagna e consegna questa lettera a mia moglie”.
Costantino prese la lettera e si avviò. Non appena fu fuori di vista, aprì la lettera e la lesse.
C’era scritto:
“Vedi quest’uomo che ti mando? Ammazzalo, mettilo nel forno e cucinalo. Dev’essere pronto per cena al mio rientro”.
Costantino strappò il foglio in mille pezzi che nascose sotto una pietra. Poi scrisse un’altra lettera che diceva:
“Dragonessa mia cara, quando arriverà il messaggero con questa lettera, ammazza il tacchino più bello, farciscilo bene e fallo arrosto. Riempi anche un cesto di pagnotte, e rimandami indietro quell’uomo col cibo per i miei braccianti”.
La dragonessa eseguì tutto a puntino, e Costantino portò al campo il tacchino arrosto e le pagnotte.
Quando il drago lo vide, pensò: “Ah, quel furfante è più sveglio di me!”
E appena i tre fratelli finirono di mietere, li invitò: “Se venite a casa con me, vi darò la cena e la paga”.
I giovani andarono col drago, ma ebbero solo la cena. Niente paga.
“Passate la notte qui”, disse il drago. “Vi pagherò domattina”.
Così se ne andarono a letto.
“C’è sotto un imbroglio”, disse Costantino. “Dobbiamo restare svegli!” Ma i fratelli si addormentarono, e a vegliare rimase solo lui.
A letto, il drago e la dragonessa si misero a parlare. E Costantino si mise a sentire.
“Per prima cosa domattina”, diceva il drago, “li ammazziamo, e tu me li cucinerai per colazione”.
“Va bene!” rispose la moglie.
Poi, con un grande sbadiglio, si addormentarono.
Costantino si alzò, andò nella loro camera e si accertò che dormissero. Quindi sfilò l’anello che la dragonessa portava al dito, e tornò dai fratelli.
“Svegliatevi, ragazzi, svegliatevi”, li scrollò. “Domattina appena si alza quello ci ammazza!”
Così i giovani saltarono dal letto e se la diedero a gambe.
Quando fu giorno il drago si recò subito nella loro stanza, con l’intenzione di ucciderli.
Anche la dragonessa intanto s’era svegliata. “Ehi”, strillò, “il mio anello è sparito!”
“Sono spariti pure i ragazzi!” urlò in risposta il drago. E si slanciò fuori di casa per inseguirli.
Da lontano li vide che scappavano. “Fermatevi, giovanotti”, gridò, “devo darvi la paga!”
Girando appena la testa indietro, Costantino ribatté: “Non la vogliamo, la paga”.
E continuarono a correre.
“Tornate, miei cari, tornate!”

Ma quelli non risposero, e corri corri giunsero ad una città. A quel punto il drago girò sui tacchi e tornò a casa: lui non poteva entrare nella città del re.
I tre giovani presero servizio a palazzo; Costantino, che nel lavoro era il più svelto e il più bravo, divenne il preferito del sovrano. E i fratelli diventarono gelosi.
Allora il maggiore andò dal re. “Costantino possiede l’anello della dragonessa”, disse. “Lo porta al dito medio. È un anello unico al mondo, degno soltanto di un re. Ma Costantino non lo cederà a nessuno”.
A queste parole, il sovrano mandò a chiamare Costantino.
“Fammi vedere l’anello che hai al medio”.
Costantino si sfilò l’anello per mostrarglielo; sfavillava.
“È degno di un re”, disse sua maestà.
“È tuo, mio signore”, rispose Costantino.
Dopo di che, egli divenne ancor più prediletto, e ricevette in dono un completo nuovo di zecca.
Ma il fratello maggiore tornò dal re. “Il drago ha un copriletto scintillante di diamanti. È un copriletto degno di un re”.
“Ma come si fa ad averlo?”
“Costantino si vanta ogni giorno di poterci riuscire”.
Così il re mandò a chiamare Costantino. “Portami il copriletto ornato di diamanti che possiede il drago”, gli disse.
“Non posso farlo!” protestò il giovane.
Il re andò su tutte le furie. “Come! Non ti vai vantando ogni giorno che ne saresti capace? Portamelo, o avrò la tua testa!”
E Costantino uscì di città, non sapendo che pesci pigliare.
Poi in una vigna incontrò una vecchia. “Qual buon vento, Costantino?”, lo apostrofò la donna. “Dove vai di bello?”
“Buon vento, davvero!”, esclamò Costantino. “Io proprio non lo so dove vado di bello! Il re vuole che gli riporti il copriletto scintillante di diamanti che ha il drago, o in cambio vorrà la mia testa. Ma io non so come fare a prendere quel copriletto!”
“Ci riuscirai!”, disse la vecchia. “Torna dal re”.
Poi gli suggerì ciò che doveva chiedere, e quello che doveva fare.
Tornato dal re, Costantino si fece dare una canna riempita di pulci, e con quella si diresse alla casa del drago. Arrivò che era notte, e il drago stava a letto. Costantino divelse due mattoni dal muro esterno della camera da letto, poi infilò la canna nel buco, e scrollò via tutte le pulci proprio sopra la coperta.
Morso in faccia e sul collo dagli insetti, il drago si svegliò urlando: “Maledetta coperta! È piena di pulci!” E scagliò il copriletto fuori della finestra.
Costantino lo raccolse e tornò di corsa verso la città. Corse tutta la notte, perché la strada era lunga.
All’alba il drago si svegliò. “Alzati, moglie. Va’ giù e dai una bella scrollata alla coperta, poi riportamela, che sento freddo”.
La dragonessa scese dabbasso, ma ritornò subito su di corsa. “Drago, drago”, gridava, “il tuo copriletto è sparito!”
Il drago balzò fuori dal letto e si affacciò alla finestra. Lontano lontano, oltre i campi e i vigneti, scorse qualcosa che si muoveva mandando bagliori ai primi raggi del sole. Costantino teneva sulle spalle la coperta di diamanti, in modo da esserne ricoperto; ma il drago vedeva i suoi piedi che correvano.
“È Costantino!”, gridò, e si precipitò fuori di casa all’inseguimento, urlando a squarciagola. “Ridammi quel copriletto! Che razza di trucco hai escogitato, furbastro?”
“Quello che ho fatto finora è niente”, gridò il giovane. “Aspetta e vedrai di che cosa sarò capace!”
Quindi tornò in città, e il drago dovette fare marcia indietro.
Costantino consegnò il copriletto tempestato di diamanti al re, e per questo divenne ancor più il suo favorito; ricevette in dono ben due nuovi vestiti!
Ma il fratello maggiore, accecato dalla rabbia, andò dal re.
“Il drago possiede un cavallo d’argento”, gli disse, “e una campana d’oro con quarantuno fori da cui esce la musica. Costantino si vanta ogni giorno che riuscirà a prendersi il cavallo d’argento e la campana d’oro; dice che andrà in giro in città in groppa al cavallo d’argento, mentre risuonerà la campana d’oro. Dice pure che tutti esclameranno: ”Guardate! Ecco uno più affascinante del sovrano in persona!”
Arrabbiatissimo, il re mandò a chiamare Costantino. “Mascalzone! Pretendi di essere più affascinante di me? Portami quella campana d’oro e quel cavallo d’argento. Se non lo farai, ti giocherai la testa!”
Costantino uscì di città, e nella vigna incontrò la vecchia. “Dove vai di bello, stavolta?”
“Non lo so”, rispose Costantino, e le disse quello che gli era stato ordinato di fare. Ancora una volta la vecchia gli diede istruzioni.
Costantino fece quarantuno tappi di legno, poi comprò tre libbre di zucchero d’orzo, e partì per la casa del drago. Arrivò che era già notte, e andò subito nella stalla: il cavallo d’argento risplendeva nel suo box, e la campana d’oro risplendeva al muro.
Costantino depose lo zucchero d’orzo nella mangiatoia per tener buono il cavallo, poi si accinse a infilare i tappi nei fori della campana, perché non potesse emettere alcun suono. Mise quaranta tappi, ma il quarantunesimo gli cadde in mezzo alla paglia, e non gli fu possibile ritrovarlo.
“Oh via!”, pensò tra sé, e con la campana sotto il braccio salì in groppa al cavallo e partì al galoppo.
Dal forellino privo di tappo la campana emetteva un tenue tintinnio.
“Era la mia campana d’oro che suonava?”, chiese il drago tirandosi su dal letto.
“Stai sognando”, disse la dragonessa. “Non era la tua campana. Dormi!”
E il drago si rimise giù.
Ma poco dopo si rialzò. “Sono sicuro che era la mia campana d’oro”, insistette. E balzato dal letto corse alla stalla.
Quando scoprì che il cavallo d’argento era sparito, e la campana d’oro era sparita, si mise a urlare di rabbia. Poi scrutò oltre i campi e le vigne, e scorse il cavallo d’argento risplendere nelle tenebre; e in groppa al cavallo c’era l’ombra scura di un uomo.
“È di nuovo Costantino!”, strillò. E si slanciò all’inseguimento.
Eccoli dunque, attraverso campi e vigneti, uno che galoppava per aver salva la vita, e l’altro, a cui l’ira metteva le ali ai piedi, che lo tallonava e stava già per raggiungerlo.
“Furfante!”, urlò il drago, “ridammi il mio cavallo e la mia campana! Che stai architettando, maledetto?”
“Quello che ho fatto finora è niente”, gridò Costantino da sopra la spalla, “rispetto a quello che farò!”
E spronò il cavallo facendolo volare come il vento. Passò dalla porta della città appena in tempo: il drago, che l’aveva quasi raggiunto, fu costretto a fare dietro front e tornare a casa.
Costantino consegnò il cavallo d’argento e la campana d’oro al re; e questi, tolti i tappi alla campana, e montato in groppa al cavallo, se ne andò in giro per la città: il cavallo risplendeva, e la campana risuonava di un trillo argentino.
Tutto contento, il sovrano regalò a Costantino ben tre nuovi vestiti; ed il giovane divenne ancor più il prediletto.
Allora il fratello maggiore tornò dal re. “Costantino si è montato la testa”, disse. “Lo sai che va dicendo?”
“Che cosa?”
“Dice che è in grado di portarti il drago in persona”.
Certo, sarebbe stato splendido poter esibire un drago, pensò il re; e fece chiamare Costantino.
“Portami il drago”, ordinò.
“Non posso”, rispose Costantino.
“Allora perché ti sei vantato di esserne capace?” replicò il re. “Scegli: o mi porti il drago, o perdi la testa”.
Costantino uscì di città, e nella vigna incontrò la vecchia.
“Stavolta non mi puoi aiutare, nonnina”, le disse. “Sarò costretto a scappare”.
“Come mai?” chiese la vecchia.
E Costantino glielo spiegò.
“Che sciocchezze!” esclamò lei. “Non dovrai scappare. Vai dal re e chiedigli un’accetta, una sega, un punteruolo, una libbra di chiodi, quattro corde, un abito cencioso, e una barba finta”. Quindi gli disse cos’altro doveva fare.
Ottenute tutte quelle cose dal re, Costantino si camuffò da vecchio, poi andò alla montagna e cominciò ad abbattere un platano che cresceva accanto alla casa del drago.
“Ehi, vecchio, che stai facendo?” chiese il drago, uscendo di corsa.
“Costruisco una bara per Costantino che è morto”.
“Maledetto!” ridacchiò il drago. “É morto, finalmente? Era ora! Dai, che ti aiuto!” E sradicò l’albero come se cogliesse una margherita.
Poi si misero a lavorare fianco a fianco, per costruire la bara.
“Non mi sembra grande abbastanza”, osservò Costantino quando ebbero finito.
“Come!” replicò il drago. “È grande perfino per me!”
“No!”
“Sì che lo è!”
“Allora entraci e provala”.
E il drago entrò nella bara.
“Vediamo se il coperchio è giusto”, disse Costantino, e lo sistemò sulla cassa, poi lo inchiodò e infine legò la bara con un paio di giri di corda.
“Che stai facendo, disgraziato?” strillò il drago. “Fammi uscire! Il coperchio va bene!”
“Certo che va bene! Costantino ti ha conciato per le feste!” Detto questo, il giovane andò a prendere il cavallo che aveva nascosto dietro un muro, poi gli legò al morso le altre due funi con le quali trascinò la bara per tutta la città.
Giunto a palazzo, disse al re: “In cortile c’è una cassa con dentro il drago”.
Ma il fratello maggiore non si diede per vinto. “Il drago ha in testa la corona di rubini?”
“No”, rispose Costantino.
“Sua maestà non può mostrare il drago senza la corona di rubini”.
Allora il re ordinò a Costantino: “Valla a prendere!”
E Costantino uscì di città, e nella vigna incontrò la vecchia.
“Povero me, povero me, nonnina, i miei guai non avranno mai fine! Adesso devo andare a prendere la corona di rubini del drago!”
“Non sarà facile”, disse la vecchia. “Ma se mantieni il sangue freddo, puoi farcela”. Quindi scrisse una lettera, come se fosse del drago, e ordinò a Costantino di portarla alla dragonessa.
La lettera diceva:
“Dragonessa cara, devi mettere il messaggero di questa lettera dentro il forno per arrostirlo: lo voglio per cena quando ritorno. Prima, però, avvolgi la mia corona di rubini in uno straccio e mettitela in testa, per non fartela rubare prima che quello sia arrostito. Perché, devi sapere, il giovanotto è più furbo di un milione di volpi messe insieme!”
Costantino arrivò alla casa del drago; la moglie stava fuori della porta.
“Buon giorno, dragonessa”.
“Salve a te, giovanotto. Vuoi qualcosa?”
“Ho qui una lettera del drago”, disse Costantino.
La dragonessa prese la lettera, ma siccome era un po’ tarda, ci mise un pezzo a leggerla. “Bene, siediti, ragazzo mio, intanto io preparo”, disse alla fine.
E andò a riscaldare il forno. Poco dopo chiamò Costantino in cucina; aveva un grosso straccio arrotolato in testa.
“Ti serve per non sporcarti?” chiese Costantino.
“Certo”, rispose la dragonessa, “le ceneri volano dappertutto. Sai, giovanotto, io non ci vedo tanto bene e per di più il sole mi abbaglia. Sali sulla pala e fai un po’ d’ombra, in modo da riuscire a vedere se il fuoco è acceso bene. È per la torta che mi ha chiesto il drago”.
“Ah, è per la torta, davvero?” disse Costantino. Fece quindi la mossa di salire sulla grossa pala, ma ricadde giù. E questo per un sacco di volte. “Devi farmi vedere come si fa, signora dragonessa. Io non riesco proprio a capirlo”.
“Ehi, giovanotto, dov’è la tua intelligenza? Guarda come si fa”.
Appena la dragonessa montò sulla pala Costantino le strappò dalla testa lo straccio con la corona, poi le diede uno spintone facendola scivolare giù dalla pala dritta dritta dentro al forno. Quindi sbatté lo sportello e scappò via con la corona di rubini.
“E adesso”, decise Costantino una volta tornato nel cortile del palazzo, “è giunto il momento di aprire la bara e mostrare il drago”.
Il re e tutti i cortigiani sedettero sulla balconata, al riparo, mentre una folla di gente guardava da ogni finestra.
“Spetterebbe a mio fratello più grande l’onore di aprire la cassa”, disse Costantino. “Questa esibizione è un’idea sua”.
Così il re si volse al maggiore e gli ordinò: “Vai ad aprire la bara!”
Il giovanotto ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma come poteva? Perciò sollevò il coperchio.
Il drago balzò fuori, e poiché l’unico che vide accanto a sé fu l’uomo che aveva alzato il coperchio, spalancò le ganasce e lo ingoiò in un boccone. Poi, senza che nessuno provasse a fermarlo, si precipitò fuori del cortile e galoppò via.
Giunto a casa, girò tutto intorno chiamando la moglie a gran voce; ma quella non si trovava.
Sentendo odore di bruciato, corse al forno, lo aprì e vi trovò la dragonessa, con le squame quasi sciolte dal calore. La tirò fuori per la punta della coda e la portò via, per tuffarsi con lei in mezzo a un lago.
E da allora vissero in fondo all’acqua, senza più essere visti né da Costantino, né da nessun altro.