Massimo Fagioli
Istinto di morte e conoscenza

 

Premessa alla prima edizione

Presentarsi con un libro, ai colleghi e al pubblico sempre più ampio di cultori di psicoanalisi, richiede indubbiamente coraggio.
La psicoanalisi attualmente ha raggiunto un approfondimento e una estensione tali di sapere e di concetti che è estremamente difficile tener dietro a tutti gli studi e le comunicazioni degli Autori. A questo sforzo di continua partecipazione al lavoro psicoanalitico attuale si deve aggiungere quello, essenziale, del continuo riesame ed elaborazione dei testi fondamentali.
Aggiungersi a coloro che, invece di limitarsi ad ascoltare ed imparare, desiderano essere ascoltati, ritenendo di avere qualcosa da dire, è effettivamente, a priori, una cosa criticabile. La giustificazione di questo atto, che potrebbe facilmente venir relegato tra le cose inutili e fastidiose, sta essenzialmente in due motivi:

1. Nel rilievo che ho avuto modo di dare ad una fantasia inconscia, che non ho visto mai esplicitata chiaramente nei testi né nelle discussioni tra colleghi, anche se molti, anzi moltissimi concetti fondamentali psicoanalitici vi fanno riferimento. Intendo riferirmi a quella che ho chiamato fantasia di sparizione.
2. Il secondo motivo, più difficile da spiegare, comprende, da un lato, il desiderio e la necessità di avere una piattaforma di base, cioè un discorso organico, consequenziale e il più possibilmente coerente, sul quale poter poi discutere ed elaborare singoli problemi, cosa che può essere fatta soltanto con un lavoro di esposizione al livello di un libro.

D’altro lato c’è il desiderio di manifestare un orientamento di studio e di terapia diretti verso una visione globale della psiche umana. Orientamento che porta ad un approccio con il paziente ugualmente globale, con l’utilizzazione di concetti come il controtransfert, lo splitting, l’identificazione proiettiva. Conseguentemente ne deriva la tendenza all’interpretazione attiva, non potendo più, con ciò, lo psicoanalista, limitarsi a considerare principale il problema della rimozione, e dovendo relegare quindi in secondo piano l’atteggiamento aspettante e silenzioso.
Con questo orientamento lo psicoanalista preferisce in altre parole, esercitare una funzione attiva e integrativa e strutturante, piuttosto che aspettare che sia il paziente, che, dai suoi ricordi, ricavi le sue dinamiche inconsce difettose passate e le corregga, cosa penso difficile da realizzare se non addirittura impossibile. Si può, con tale impostazione, giungere a rifiutare come terapeutiche le “libere associazioni” intese come imposizione al paziente di un pensiero incoerente e frammentario, considerando invece “libere associazioni” tutte le comunicazioni che il paziente stesso fa, con il suo modo di essere verbale ed extraverbale.
La conoscenza della fantasia di sparizione porta ad avere una luce, nel rapporto con la psiche altrui, che ci può guidare alla ricerca di una uscita dal... ventre della balena. Non essere coinvolti cioè dalle fantasie di sparizione che il paziente fa ad ogni fine seduta, ad ogni intervallo, nel senso di annullare ogni lavoro fatto, ma poter porre un freno all’istinto di morte trasformandolo quindi in conoscenza. È come poter avere un filo più solido di coerenza e consequenzialità nel rapporto con gli altri. Forse riusciremo a battere meglio il nemico “nevrosi di controtransfert” che implica indubbiamente, e anche come problema fondamentale, la fantasia di sparizione nel senso dell’istinto di morte, istinto che non si trasforma cioè in immagine dell’oggetto e poi in pensiero verso l’oggetto.
Tale atteggiamento, appena sommariamente accennato, ma penso inteso dai colleghi perché oggetto attualmente di interesse continuo, è d’altronde il solo che possa permettere la scoperta della fantasia di sparizione cui ho accennato, di interpretarla, e con ciò di mettere in moto, nel transfert, tutte le dinamiche che altrimenti rimarrebbero bloccate, essendo la fantasia di sparizione, per se stessa, fuori dalla possibilità di essere portata alla coscienza dall’Io dell’individuo. Ciò perché, come vedremo, tale fantasia, oltre ad essere un fenomeno completamente inconscio, che può, quando non legato a una contemporanea pulsione libidica che permette la realizzazione dell’immagine dell’oggetto, non essere mai stato cosciente, è anche una dinamica di relazione oggettuale che porta ad un vuoto, una lacuna, un annichilimento, o anche, nei casi più gravi, ad un annullamento più o meno totale dell’Io.
Questo atteggiamento richiede indubbiamente maggiore sforzo, diciamo lavorativo, nella attività analitica e, contemporaneamente, una impostazione personale di maggiore responsabilizzazione della propria funzione di psicoanalista. Tale responsabilizzazione si può considerare possibile soltanto quando si può effettivamente curare, quando progredendo la preparazione, la maturazione e le conoscenze dell’analista, egli può essere più sicuramente attivo nel suo lavoro di interpretazione. Può cioè relegare sullo sfondo il valore dell’abreazione e del sostegno interumano benevolo e tollerante (che, ad uno studio più approfondito, possono risultare anche elementi criticabili)1.
Il silenzio dell’analista come atteggiamento analitico terapeutico e l’atteggiamento aspettante si legano molto facilmente al problema della deresponsabilizzazione e della non accettazione delle dinamiche transferenziali inconsce del paziente, vale a dire ad un problema di incoerenza (l’analista ha ovviamente “accettato” il paziente in analisi a livello cosciente!). Responsabilizzazione che va ben chiaramente disgiunta dal problema della colpabilizzazione, fenomeno patologico, legato alla dinamica di relazione umana sulla base della identificazione proiettiva.
Impostazione quindi di approccio globale di tutta la personalità dello psicoanalista nella cura del paziente e con ciò di responsabilizzazione. Concetti che si legano a quello del potere terapeutico dell’analista che, per essere sempre maggiore, necessita di sempre più approfondite conoscenze delle dinamiche psichiche umane.
Il libro, infine, credo trovi la sua ragione di essere, seguendo questo concetto di globalità nell’approccio col paziente, nel fatto che la fantasia di sparizione, che probabilmente rientra nell’ambito delle pulsioni fino a poter permettere legami suggestivi con l’istinto di morte, non può essere considerata isolatamente da altre dinamiche psichiche e modi di essere dell’uomo. Mi riferisco in particolare al problema dell’esibizionismo e del vuoto interiore, delle immagini inconsce o precoscienti degli oggetti interni, dello splitting e della proiezione, dell’identificazione libidica del Sé, del non essere, dell’incoerenza, della depressione e del masochismo ecc., fino a poter considerare, forse con qualche dato in più, quel problema diventato fondamentale per tutta la psicoanalisi moderna e cioè il problema dell’invidia.
Ma ancora, ed è un elemento fondamentale, la fantasia di sparizione si lega al problema del sapere e del pensiero. Quella sfinge misteriosa «spiegazione e mistero della conoscenza» (Corrao) forse può diventare meno misteriosa.
I lavori di Bion portano in modo incisivo il discorso della psicoanalisi sul problema della conoscenza. L’averlo scoperto quando ormai lo studio della fantasia di sparizione durava da anni, mi ha convinto che aspettare ancora ad esprimere i pensieri ricavati dal lavoro e dalle letture, sarebbe stato un errore, ancora una volta avrebbe funzionato l’inibizione ad andare verso la realizzazione di un pensiero personale, frutto di un proprio lavoro di elaborazione delle percezioni, per la paura di perdersi nel buio2.
La pena sarebbe stata l’affanno continuo a sforzi mnemonici di nozioni altrui con le inevitabili conseguenze di difficoltà di rapporto con l’“altro”.

I colleghi che hanno seguito con simpatia questo mio lavoro mi chiedono di esplicitare il criterio usato nella esposizione dei casi clinici. Effettivamente, riguardando il libro, posso notare come le varie situazioni di analisi non sono esposte secondo un criterio univoco3.
In verità non esiste nessuno schema al quale mi sia riferito nel fare queste esposizioni. Nel momento in cui, nel corso della elaborazione teorica, mi tornava in mente l’evento analitico dal quale la concettualizzazione aveva preso a formarsi, mi veniva spontaneo riferire l’evento analitico stesso. Come tale evento analitico, man mano che si svolgeva aveva dato a me la possibilità di elaborare pensieri, così mi venuto spontaneo restituire al lettore la base fenomenica dell’accaduto affinché potesse rivedere con me come e quanto la conoscenza teorica derivi dalla dinamica vissuta del rapporto interumano.
Il problema della fedeltà a quanto è realmente accaduto nella vicenda analitica e a quali siano state le esatte espressioni verbali, si lega a quello della comunicazione della verità del rapporto interumano stesso. Essa verità è tale allorquando vengano considerati non soltanto i dati obbiettivi della realtà sensibile, ma anche l’imponderabile e il soggettivo della vicenda interumana stessa. È ovvio che la possibilità di comunicare ciò, si può avere soltanto quando l’evento viene recepito, “dimenticato” e ricreato dalla memoria-fantasia dell’autore. Possiamo affermare la verità di questa ri-creazione se teniamo presente che il modo di essere dell’analizzando, che è l’evento da riferire, è tale nella sua realtà dinamica in quanto è in rapporto con l’analista e che l’evento dinamico stesso non è concettualizzabile come realtà a sé avulsa da un rapporto oggettuale.
La relazione dell’evento vero, pertanto, può essere fatta con fedeltà solo nella partecipazione psichica di uno dei due partner che, nel momento in cui memorizza l’avvenimento, rende l’altro partner e il rapporto duale “fantasia-ricordo” della propria osservazione.

Roma, dicembre 1970


Note

1 H. RACKER, Studi sulla tecnica psicoanalitica, Armando, Roma 19762, p. 39
2 Il capoverso rivela la sua verità latente allorché si legga: «vista la confusione, la ripetizione, l’astrattezza, il pressoché totale trionfo dell’istinto di morte, mi sono convinto...» (1976).
3 Si passa infatti dal primo caso, nel quale sono riassunte le dinamiche di base di una analisi durata più anni, alla esposizione di sedute di analisi riferite come se fossero state registrate fedelmente nelle espressioni verbali dei due partners; e, tra questi due estremi, si hanno esposizioni variamente riassunte di periodi di analisi più o meno lunghi.
Possiamo verbalizzare il senso del primo caso come elaborazione controtransferenziale dell’analista per la ricerca di un fenomeno umano, l’istinto di morte nella sua espressione di fantasia di sparizione. Ciò vale anche per i casi riferiti nelle pagine 169-171 per la ricerca del problema della avidità della sostanza dell’oggetto. I casi esposti nel capitolo sull’invidia obbediscono invece più ad un motivo dimostrativo delle dinamiche illustrate che non ad un significato di comunicazione del lavoro di elaborazione controtrasferenziale.

 

Capitolo I

La fantasia di sparizione


Tell me where is fancy bred,
Or in the heart or in the head?
How begot, how nowrished?
Reply, reply
It is engender’d in the eyes
With gazing fed; and fancy dies
In the cradle where it lies:
Let us all ring fancy’s knell;
I’ll begin it. Ding dong, bell
Ding, don, bell.*





È noto a tutti coloro che esercitano la professione di psicoanalista che, frequentemente, sarebbe più giusto dire sempre, il problema, tra i tanti, che dobbiamo affrontare è quello della reazione dell’analizzando, comportamentale o semplicemente inconscia, alle sospensioni che l’analista fa delle sedute analitiche.
L’analista si assenta1.
Il paziente subisce una frustrazione.
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L’“assenza” dell’analista

Prima di cercare di capire cosa dobbiamo intendere con la parola frustrazione vorrei rispondere ad una eventuale obiezione. Risposta che può servire a ribadire il concetto di approccio globale al paziente in analisi e ad evitare una impostazione controtransferenziale incoerente.
Intendo riferirmi all’obiezione che, quando si fanno riferimenti e discorsi di realtà, come appunto la comunicazione di una necessità dell’analista di assentarsi, ci si rivolge all’Io valido del paziente e con ciò si tratterebbe di un intervento extraanalitico.
Non penso che l’obiezione sia accettabile. Ritengo che tutto ciò che accade in analisi vada considerato nell’ambito della relazione globale, cosciente e inconscia, del paziente verso l’analista (transfert) e dell’analista verso il paziente (controtransfert).
Non credo che si possa concettualizzare un fenomeno per cui l’analista (o anche il paziente) pretenda, di punto in bianco, di mettere fuori dalla porta tutta la dinamica transferenziale e controtransferenziale o “dimenticarsene” per rivolgersi all’Io del paziente che, in maniera altrettanto improvvisa, dovrebbe mettere fuori dalla porta la sua dinamica inconscia transferenziale o dimenticarsene per rispondere con una normale accettazione di realtà ad un evento perturbante l’assetto ritmico dell’analisi stessa.
L’imporre al paziente le necessità personali dell’analista (vedi anche ritardi, anticipi, ecc.) come puro fatto di realtà, senza considerarle dinamica analitica nell’ambito transferenziale e controtransferenziale, è, penso, un improvviso annullamento del paziente in toto con la sua dinamica cosciente ed inconscia. È appunto, come accennavo, una “assenza” dell’analista, è un analista che diventa improvvisamente silenzioso, un analista che non risponde, che non c’è, un analista, come vedremo, sparito, morto.
Sono, in altre parole, improvvise incoerenze che permettono al paziente di confermare le realizzazioni interiori patologiche di identificazioni e proiezioni di immagini (o oggetti) alterate.
L’analista che, fissata l’ora della seduta, ad esempio alle 17, riceve il paziente dieci minuti più tardi, permette al paziente stesso di realizzare come realtà la proiezione di incoerenza. Il paziente fa, come ho potuto vedere più volte, il seguente pensiero più o meno inconscio: «L’analista, quando dice una cosa, ne intende un’altra. L’analista parla per enigmi». Ogni volta poi che questo analista interpreta, il paziente rimane con il dubbio, di cosa effettivamente, al di là della espressione verbale, avesse voluto dire l’analista. La Sfinge2, in tale situazione di incoerenza dell’analista, è nell’analista stesso.
Può essere evidenziato, da quanto detto, un fenomeno di rovesciamento della situazione psicoanalitica. Chi deve interpretare l’atteggiamento, e più in generale il modo di essere enigmatico dell’analista, è il paziente. Ne deduciamo, quindi, che in quel momento di incoerenza, l’analista è assente, sparito.
Concludiamo, quindi, dicendo che l’evento che interviene, come tutti gli eventi, ritardi o anticipazioni delle sedute, mancate interpretazioni o interpretazioni errate, silenzio del paziente o dell’analista, come anche l’inizio e la fine della seduta, sono manifestazioni dei partners della vicenda analitica, sono cioè comunicazioni, potremmo dire “libere associazioni” e come tali oggetto di interpretazione, oggetto di verbalizzazione coerente di come, nell’hic et nunc dell’evento, si sia verificata una specifica realizzazione di uno dei due partners con la relativa corrispondente realizzazione dell’altro.
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Il problema della “frustrazione”

Mi rendo conto del fatto che, anche se alcuni Autori3 hanno studiato il problema “vacanze dell’analista”, l’attribuzione di significato di problema analitico al fatto dell’assenza dell’analista (concetto di assenza che noi abbiamo ampliato, estendendolo anche alla assenza psicologica nel senso di “vacanza” dell’analista interprete, pur essendo l’oggetto fisico analista presente) può presentarsi come una affermazione ingiustificata e oscura.
Ritengo opportuno quindi premettere che, in un certo senso#d7d7d7, tutto il seguito del libro può essere considerato come un lavoro inteso a chiarire e dimostrare questo concetto dell’“assenza”, che è anche un concetto di non essere, un concetto di sparizione.
Dicevamo, all’inizio del capitolo, distaccando dal contesto del discorso le due frasi relative alla assenza e alla frustrazione, che l’analista si assenta, abolendo una o più sedute di analisi4 e il paziente sperimenta una frustrazione.
Vedremo ora di intenderci il più possibile su questo termine. La frustrazione viene intesa, di norma, come un impedire, un opporsi alla soddisfazione di un desiderio o di una pulsione.
Credo che limitarsi a dire ciò sia insufficiente. Se noi consideriamo una pulsione masochistica o genericamente autoaggressiva e ci opponiamo ad essa, possiamo dire che abbiamo frustrato il soggetto nella sua soddisfazione. Ma la reazione spesso non è di odio, bensì di amore perché abbiamo impedito al soggetto una realizzazione autoaggressiva, cioè genericamente non evolutiva. Quando invece impediamo una soddisfazione libidica o meglio di conoscenza o genericamente evolutiva verso una realizzazione più ampiamente umana nel senso di un plus tanto indefinito e vago, quanto sempre più precise e specifiche ci appaiono le realizzazioni umane cosiddette nevrotiche da modificare, allora non otteniamo uno sviluppo di libido ma odio e realizzazione nel senso di un minus, di vuoto, di disintegrazione, di perdita delle possibilità evolutive. Ne consegue che non possiamo accettare il termine frustrazione nel semplice impedimento alla soddisfazione pulsionale.
Nel setting psicoanalitico va considerata una situazione interpersonale specifica che, di norma, non viene invece valutata in altre situazioni di rapporto umano.
La relazione di transfert e controtransfert si costituisce e si accetta nella situazione di contratto iniziale di trattamento psicoanalitico. Dopo di ciò sarà essa relazione, transferenziale e controtransferenziale, a costituire la base e la matrice di ogni interpretazione. I “dati di realtà” sono fuori dalla situazione analitica, condensati e sottintesi nel contratto iniziale5.
La modificazione del contratto iniziale porta ad un inserimento di un “dato di realtà” nella situazione psicoanalitica con ciò ad una “confusione”, cioè al mescolamento di realtà e fantasticherie nella dinamica interpersonale con pregiudizio nel raggiungimento del principio di realtà al quale miriamo.
Visto in questa situazione di setting analitico, diciamo puro, il concetto di frustrazione comincia a rivelare il senso della sua complessità.
In questo ambito di concettualizzazione il termine frustrazione va considerato:

1. Come frustrazione, cioè contestazione di bisogni del paziente.
2. Come frustrazione, cioè contestazione di esigenze del paziente.

I “bisogni” del paziente sono quelle pulsioni infantili ed isolate che tendono alla soddisfazione diretta. La matrice è nella perversione dell’istinto.
L’analista, nel setting analitico frustra, cioè si oppone, alla soddisfazione (diretta ed indiretta) dei bisogni istintuali del paziente. Quel che viene tollerato, perché il paziente riesce sempre a prendersi soddisfazioni sessuali indirette, è compreso nel contratto iniziale (sottinteso di realtà). Così dicasi della stretta di mano, del livello dell’onorario più o meno basso o alto, il guardare l’analista all’inizio e alla fine della seduta, le sospensioni dell’analisi comprese nel contratto iniziale.
In questo caso il termine frustrazione va inteso nel senso di impedire al paziente la soddisfazione cieca dell’istinto sessuale e la realizzazione dell’istinto di morte. Cioè per un verso si intende frustrazione della bramosia (perversione dell’istinto sessuale) del paziente in quanto tale soddisfazione diretta lo porterebbe ad introiettare un oggetto fisico, lo porterebbe cioè alla identificazione proiettiva, ovvero al rapporto sadomasochistico con l’altro diventato fantasma persecutorio.
Per l’altro verso si intende frustrazione dell’istinto di morte, nella sua esplicazione di pulsione isolata, diretta contro l’analista, ad eliminarlo, renderlo non esistente o quanto meno diretta a svalutarlo, modificarlo nel senso di una alterazione di ciò che egli effettivamente è nella sua realtà umana e più specificatamente psicoanalitica.
Opposizione e impedimento alla dinamica fondamentale per la quale dal rapporto sadomasochistico di identificazione introiettiva e proiettiva si giunge ineluttabilmente alla perdita della sessualità che, per quanto perversa (bramosia), una volta contenuta e trasformata, è preziosa matrice allo sviluppo del vedere, della conoscenza e del pensiero verbale.
In questo ambito la non frustrazione (consolazioni, rassicurazioni, tolleranza sull’onorario, tolleranza sui “bisogni” del paziente di mancare le sedute) sarebbe una assenza, una aggressività, uno spingere l’analizzando verso una non realizzazione del sé in senso evolutivo, verso una regressione con defusione degli istinti e scissione.
Come “esigenze” dell’analizzando si considerano qui le tendenze ad un rapporto oggettuale evolutivo, nel quale le pulsioni istintuali (sessuali e di morte) vengono contenute, verso la fusione e l’integrazione, utilizzate per uno sviluppo della conoscenza e delle possibilità di pensare. In ambito di esigenze, pertanto, l’analista non dovrebbe essere mai frustrante.
Perché il nostro compito sta nel soddisfare le esigenze dell’analizzando di essere aiutato con l’interpretazione, e nel soddisfare il più e meglio possibile le sue esigenze di ascoltare e di assorbire l’attenzione, la cura e le parole dell’analista. In questo caso il paziente “contiene” i suoi desideri sessuali e noi dobbiamo soddisfarli e aiutarlo ad integrarli con l’introiezione dell’immagine e della qualità (pensiero) dell’oggetto-analista. In questo caso la non soddisfazione è frustrazione-aggressività, cioè assenza.
Sono apparenti gratificazioni, ma in realtà sono frustrazioni-aggressività:

1. L’esame di realtà in quanto si confonde il paziente sulla identità dell’oggetto-analista che guarda la realtà con occhi fisici e non vede il senso della comunicazione del paziente.
2. Ordini, consigli, incoraggiamenti, rassicurazioni in quanto si confonde il paziente sulla identità dell’analista che presenta un atteggiamento sadico di imposizione, coartazione, controllo dell’oggetto-paziente.
3. Comunicazioni di nozioni scientifiche in quanto si confonde il paziente sulla identità dell’analista che mette nel paziente astrazioni, cioè immagini di oggetti e oggetti non elaborati.

Sono gratificazioni delle esigenze: le interpretazioni della comunicazione del paziente, il verbalizzare il senso, il significato della comunicazione, la verbalizzazione del rapporto di transfert che il paziente ha con l’analista. In questo caso cioè si al paziente, si soddisfano le sue esigenze a introiettare le parole, il sapere, le qualità dell’oggetto-analista.
Penso di dover però osservare che, in genere, il termine frustrazione è legato al sottinteso di aggressività verso l’oggetto. Cioè ha il senso di coartare, contestare confusamente e contemporaneamente le esigenze e i bisogni. Sotto l’apparenza della bonarietà e della gratificazione si possono dare al paziente le frustrazioni-aggressività elencate prima, per poi frustrare-aggredire le pulsioni sessuali e quelle di morte che si sono maggiormente scisse e sono meno contenute. Dalla rassicurazione (carezze-bacio) al rimprovero (colpire fisicamente l’oggetto o abbandonarlo).
Dato che il termine frustrazione implica il riferimento ad un fattore evolutivo, rifiutiamo di usarlo per designare il rivolgersi verso l’altrui allorché questo sia comprensivo di una carica distruttiva. Quando il nostro modo di essere nell’approccio con l’altro sia inficiato dalla dinamica mors tua vita mea.
Sarebbe assurdo, altrimenti, proprio nell’ambito analitico, concepire l’analisi come continuamente frustrante. Ciò perché noi, facendo l’analisi, interpretando, ci opponiamo a tendenze aggressive e disintegranti. Se invece il frustrare significasse rivolgersi verso l’altrui con una carica distruttiva, saremmo portati ad essere il più possibile non analisti, ad orientarci sempre di più verso interventi ed atteggiamenti non analitici, verso esami di realtà, bonarietà, consigli e incoraggiamenti; ad assumere, in altre parole, un ruolo di samaritano o di pedagogo6, e con ciò a ritornare all’approccio interumano basato sull’ignoranza del modo di essere inconscio e cosciente, cioè del modo di essere globale dell’individuo, approccio basato sullo splitting, sull’incoerenza, sull’ipocrisia, sulla lotta, sulla non accettazione dell’altro, sul mors tua vita mea.
A questo punto può essere meno difficile accettare la stretta connessione tra il problema-fenomeno della frustrazione e il problema-fenomeno della “assenza”.
La frustrazione intesa negativamente, come esplicazione di un moto d’animo controtransferenziale di aggressività (istinto di morte), fa capo, a guardar bene, ad una assenza dell’analista. Assente è l’analista che rinuncia a comprendere e interpretare per assumere ruoli di samaritano o di pedagogo; assente è l’analista che ignora (o quanto meno svaluta) la situazione umana dell’analizzando, per soddisfare necessità personali. Potremmo avvicinare tale analista ad una realizzazione umana di un soggetto che non contiene i propri bisogni. Ma un soggetto che non contiene i propri bisogni non può essere concettualizzato come analista. In altri termini, in quel momento di frustrazione-aggressività, l’analista non c’è, è assente.
Scompare, a questo punto, anche la distinzione tra assenza fisica e assenza psichica. L’analista che fisicamente si assenta dalla seduta, non è frustrante (aggressivo) per l’assenza fisica ma perché preferisce pensare a se stesso piuttosto che all’analizzando. Si disinteressa dell’oggetto esterno (o lo sottovaluta). E, contrariamente a quello che potrebbe sembrare, questo disinteresse (assenza) non è la mancanza di qualcosa ma l’esplicazione attiva di una pulsione (istinto di morte) diretta contro l’oggetto esterno7.
È su quest’ultima affermazione che possiamo fermarci per concettualizzare il problema della frustrazione nel setting psicoanalitico.
In primo luogo la frustrazione non deve essere l’esplicazione attiva di una realizzazione inconscia dell’analista, anche quando sia mascherata da dati di realtà. Egli infatti agirebbe, senza esserne cosciente, una pulsione e non, come appare in modo manifesto, una astinenza o una neutralità. Con ciò l’analista non c’è più, propone all’altro quel fenomeno di assenza che è la prima e fondamentale “aggressività”.
Tale realizzazione inconscia dell’analista non consapevole comprende, a sua volta, la ignoranza delle possibilità evolutive (trasformative) dell’altro. Ed essa “ignoranza” non va intesa come possibilità o non possibilità di fare un esame di realtà (la diagnosi) ma come moto d’animo controtransferenziale attivo (pulsione isolata di istinto di morte) diretta a negare, annullare le possibilità dell’analizzando stesso.
Ci resta, a questo punto, soltanto una soluzione per chiarire il concetto di frustrazione in analisi. Cioè che l’analista assuma un assetto controtransferenziale di non partecipazione ad un rapporto basato sulla tendenza alla soddisfazione di pulsioni isolate che l’analizzando dirige verso di lui. In questo caso la pulsione (sessuale e di morte) non viene aggredita e distrutta da un analista in un ruolo Superegoico, ma rimane senza l’oggetto per la sua realizzazione. La strada che rimane è quella che l’analizzando reintegri la pulsione stessa8.
Anche in questo caso i termini frustrazione e assenza vengono a coincidere. Però ora possiamo chiarire la differenza.
Frustrazione-assenza è aggressività quando corrisponde alla soddisfazione di un bisogno dell’analista, il che, a sua volta, corrisponde alla esplicazione attiva di una pulsione isolata nei riguardi dell’analizzando.
Frustrazione-assenza è comprensione e interesse verso l’analizzando quando corrisponde ad una non partecipazione alla soddisfazione di un bisogno dell’analizzando stesso, cioè alla esplicazione di una pulsione isolata nei riguardi dell’analista. Non partecipazione che ha la sua possibilità di essere solo quando l’analista comprende la manifestazione (libere associazioni) dell’analizzando.
Per dire ancora meglio. Nel primo caso è assente l’analista e presente l’oggetto parziale che soddisfa le pulsioni isolate. Nel secondo caso è presente l’analista e assente l’oggetto parziale con cui soddisfare le pulsioni isolate.
L’assenza fisica dell’analista fuori del contratto (incoerenza) è sempre, quindi, una frustrazione-aggressività in quanto, in quel momento, non c’è l’analista interprete ma un soggetto che permette la soddisfazione pulsionale dell’analizzando di non essere in rapporto con l’oggetto.

Dopo quanto abbiamo detto sul concetto di frustrazione, la affermazione iniziale, secondo cui l’analista che si assenta fisicamente fuori del contratto frustra-aggredisce l’analizzando, appare più accettabile.
L’analista, assentandosi, pretende dal paziente un comportamento e, ancor più, un atteggiamento inconscio maturo (adulto); vale a dire pretende che il paziente reagisca ad un avvenimento di realtà, che impone una frustrazione della libido (la sospensione della seduta), con una autoregolazione della stessa libido, ponendo un freno, una diga alla soddisfazione delle proprie pulsioni (ambivalenti), facendo leva sulla validità del proprio Io. L’analizzando deve cioè “comprendere”, vale a dire interpretare, il comportamento dell’analista. L’analista cioè, come dicevamo, è assente ed è presente un oggetto aggressivo esterno.
La comprensione-interpretazione da parte dell’ analizzando non può verificarsi per la stessa dinamica ambivalente della relazione transferenziale. L’analista è a priori, per lo stesso concetto di transfert, una immagine sadica o genericamente deteriorata. È cioè la proiezione di identificazioni del paziente realizzate su basi di ambivalenza attuale o pregressa. Pertanto il distacco è un abbandono, vale a dire un comportamento aggressivo dell’analista, che non può essere accettato come accordo, ma viene vissuto, da parte del paziente, come violenza con implicite reazioni. Queste reazioni possono essere o semplicemente inconsce comportanti modificazioni delle proprie strutture interiori, o anche comportamentali (acting-out). Tali reazioni determinano un deficit dell’Io, una realizzazione interiore aggressiva o di oggetto interno cattivo con vissuto di inferiorità; fatto che, a sua volta, porta a non poter pretendere da se stessi una accettazione dell’evento di realtà frustrante facendo funzionare una propria diga o autoregolazione9.
Si poneva quindi il problema dello studio di tali reazioni che possono essere in generale comprese nel grande problema della identificazione con l’aggressore10.
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La reazione dell’analizzando all’assenza dell’analista

Anna Freud parla di questo fenomeno dicendo che si tratta del passaggio da un ruolo passivo ad uno attivo mediante una combinazione particolare di introiezione e proiezione.
L’accadimento esterno umano dello psicoanalista che comunica l’abolizione di una seduta, ha il suo corrispettivo in una modificazione interiore del paziente, basata su una realizzazione interiore fantastica onnipotente. Il paziente fa una “identificazione” con l’analista aggressore. Si rende cioè come l’analista, oggetto esterno intriso di aggressività, contenente aggressività, oppure essente aggressività.
A questo punto credo sia necessario approfondire, per quanto è possibile, questo problema dell’oggetto esterno aggressivo (cattivo). Per far ciò utilizziamo il famoso esempio che Freud riporta in Al di là del principio del piacere, vale a dire quello del bambino che cambia la propria situazione di oggetto abbandonato (che subisce) per assumere il ruolo attivo di essere lui a far sparire e riapparire l’oggetto (rocchetto-madre).
Si pensa che il bambino faccia una identificazione con la madre aggressiva che lo abbandona. Cioè che il bambino si renda come l’oggetto esterno aggressivo; diventi, si realizzi come tale oggetto e faccia come lui.
Ma noi non possiamo considerare l’oggetto esterno (madre) che esce di casa o lo psicoanalista che non può fare una seduta, come aggressivo, intriso di aggressività, come cattivo. Ancora in maniera più incisiva, in caso di morte dell’oggetto esterno, noi non possiamo considerarlo come intenzionato a produrre nell’altro oggetto una lesione, il minus cui abbiamo accennato. Ma per il bambino o il paziente, l’oggetto esterno che si assenta, che muore, è aggressivo.
Allora, per spiegarci questo concetto di oggetto esterno cattivo, dobbiamo ricorrere al concetto di tensione (ansia) nel rapporto oggettuale, ovvero al concetto, che poi vedremo comprenderà anche l’altro, del rapporto oggettuale sadomasochistico di base.
L’oggetto esterno cioè, nell’ambito del rapporto oggettuale stesso, non viene vissuto nella sua realtà, per quello che è effettivamente. L’oggetto esterno è sempre la proiezione (o per lo meno anche la proiezione) di una propria identificazione attuale o pregressa fatta su basi di ambivalenza.
Con l’evidenziare tale concetto, si evidenzia anche la conseguenza: ogni atto dell’analista-oggetto esterno che non sia interpretazione, non è realtà ma esplicazione di un moto d’animo (pulsione) dell’analista stesso contro l’analizzando. In particolare l’abbandono (sospensione della seduta) è atto aggressivo contro l’analizzando.
Per riprendere i concetti esposti prima, nel momento della sospensione della seduta, non c’è più l’analista ma un oggetto esterno che, esplicando una pulsione isolata di morte (disinteresse), permette all’analizzando di esplicare a sua volta una pulsione isolata di morte contro l’oggetto aggressivo. L’analizzando cioè non può subire l’atto aggressivo e reagisce assumendo un ruolo attivo.
Il fenomeno si potrebbe esprimere così: «Non sono io che vengo allontanato (fatto sparire) ma sono io che allontano11, faccio sparire (ed eventualmente riapparire) l’oggetto». L’identificazione12 non avviene con l’oggetto reale (possiamo supporre che l’analista che sospende una seduta non voglia eliminare, far sparire il paziente), ma con una fantasticata e, dobbiamo dire, proiettata immagine inconscia dell’analista.

A questo punto, tenendo presente che il rapporto dell’analizzando è con l’immagine alterata dell’analista, introduciamo il concetto, noto a tutti, dell’angoscia di perdere l’oggetto. Possiamo subito dire che non è una paura da pericolo reale ma una vera e propria angoscia. Non c’è infatti nessun pericolo o danno reale in una sospensione di seduta o nella sospensione estiva o nella madre che esce per qualche ora.
Cosa temono il bambino o il nevrotico? Essi hanno bisogno dell’oggetto per rassicurarsi. Da che cosa?
Riprendendo i concetti esposti, specialmente quello secondo cui il rapporto si svolge tra soggetto e immagine alterata dell’oggetto esterno, possiamo dedurre che il nevrotico (bambino, analizzando) teme non tanto il fenomeno in sé dell’assenza dell’oggetto, quanto l’esplicazione, da parte dell’oggetto esterno, di una pulsione di abbandono nei suoi riguardi.
Ma anche questa prima conclusione non ci spiega l’angoscia. Non è una realizzazione aggressiva dell’oggetto esterno che può dare angoscia. Se accettassimo ciò rientreremmo nel concetto di pericolo reale, cioè di danno reale proveniente dall’oggetto esterno. Allora, per forza di cose, dobbiamo pensare che ciò che il bambino teme veramente è la propria reazione interiore di fronte alla fantasia di essere aggredito (abbandonato, trascurato).
Se, d’altra parte, riconsideriamo i due concetti di presenza fisica rassicurante e di immagine alterata dell’oggetto, possiamo dire che, nonostante l’oggetto esterno sia una immagine sadica, la presenza di esso serve a neutralizzare un’altra angoscia che non è quella implicita nel rapporto sadomasochistico con l’oggetto esterno.
La ricerca di questa altra angoscia, cioè di questo altro pericolo, cioè di una possibilità di danno a derivazione da una realizzazione interiore del soggetto nel suo rapporto con l’oggetto esterno, ci conduce alla seguente formulazione.
Un danno maggiore rispetto ad un rapporto sadomasochistico con l’oggetto può verificarsi soltanto in una realizzazione di un non rapporto con l’oggetto stesso.
Il non rapporto con l’oggetto d’altronde non è dato dal fatto che è l’oggetto esterno a determinarlo allontanandosi, in quanto noi già sappiamo che il bambino non subisce in stato di passività l’evento ma assume un ruolo attivo di fronte all’evento stesso.
Ruolo attivo e concetto che il problema sta nella assenza dell’oggetto esterno ci devono per forza condurre a pensare che ciò che il bambino teme è la sua reazione contro l’oggetto minaccioso (sadico), diretta a far sparire l’oggetto sadico stesso.
La presenza fisica dell’oggetto è una realtà che permette al bambino di non realizzare come vera (onnipotente) la fantasia di essere stato lui a determinare l’evento: sparizione dell’oggetto. La reazione del bambino (analizzando) in termini di fantasia inconscia di fronte all’evento “assenza” va considerata una fantasia di sparizione.
L’oggetto esterno (seno, madre, padre, o qualsiasi oggetto libidico) è gratificante fin tanto che non permette al bambino di realizzare la fantasia di sparizione. E aggressivo quando permette ciò, cioè quando si assenta. In questo momento il bambino è preda della propria fantasia di eliminazione dell’oggetto. Si realizza aggressivo in toto, come suo modo di essere. In questo momento il problema dell’ambivalenza è oltrepassato, la eliminazione dell’oggetto è un vissuto di aggressività pura. La realizzazione inconscia è che l’assenza, la sparizione dell’oggetto è dovuta a lui, a una sua pulsione-fantasia. La realtà, assenza dell’oggetto, ha favorito la realizzazione onnipotente della fantasia inconscia di sparizione.
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Storia di un caso

Il paziente giunge da me all’età di 34 anni. È teso; non riesce, anche se mostra un buon controllo comportamentale, a nascondere l’angoscia. Vuol fare l’analisi, dice, poi si lascia sfuggire: «Ho paura di essere schizofrenico». Dice che un altro analista, pur dando a lui il mio nome per una cura, gli ha detto di rassegnarsi a non guarire. So da un altro collega che lo ha seguito in clinica, che ha disturbi schizofrenici. Allucinazioni uditive, delirio di riferimento, depersonalizzazione.
La storia della sua vita, nelle linee essenziali, è la seguente.
Ricorda che due amici di famiglia, a otto anni circa, gli dissero, scherzando (?!), che «lui era nato perché a loro era morto un bambino». I suoi «lo avevano fatto nascere per reazione!». Fa le scuole regolarmente. Viene preso in casa, in campagna, da un parente. A 18 anni perde il padre. Riesce a raggiungere la licenza di studi medi ma poi non continua. Sviluppa in pieno la malattia sotto forma di depersonalizzazione autoplastica, cioè deformazione corporea alle gambe e alle braccia. I disturbi risalivano ad alcuni anni prima con paura della guerra, di mutilazioni, di cecità. Ciò però non gli aveva impedito di proseguire gli studi. Verso i 25 anni le possibilità di fare qualcosa nella realtà sono praticamente nulle. È tutto preso dall’“idea delle gambe”. Inizia una psicoterapia che dura due anni e che viene interrotta con ricovero in clinica ed E .S. perché era diventato pericoloso e girava con un coltello. È appunto dopo altri ricoveri con cure intensive con E.S. che giunge al mio studio.
L’approccio transferenziale si manifesta, fin dalle prime sedute, euforico ed esibizionistico. Parla raccontando di sé, dei suoi problemi. Concetti di seno danneggiato, dipendenza dalla madre, oralità vengono esposti.
Capisco subito che si tratta di nozioni ascoltate nella precedente psicoterapia senza nessuna elaborazione. Ho modo di mettere a punto un pericolo controtransferenziale di “contagio euforico” ed evito di prestarmi a rispondere con iperinterpretazioni a questa dinamica euforico-esibizionistica13. Accetto la posizione depressiva di “essere accusato” intuendo che le accuse dovevano essere rivolte al precedente terapeuta che, per essere stato abbandonato, era diventato «Io dipendente e incriminato» (Racker).
Tale accettazione del ruolo permette infatti al paziente di far filtrare, al di là dell’assetto esibizionistico-verbale, comunicazioni vere che mi permettono di iniziare una comprensione altrettanto vera del paziente stesso.
Due punti essenziali vengono riassunti in due sogni:

«Dal balcone di casa una donna in macchina si sfracella di sotto».
«C’è una madre che ammazza un bambino per evitare che lo uccidano altri. Poi lui spara e uccide alcune persone. Poi lui doveva ammazzare il padre».

Comprendo che il paziente mi sta dicendo:

a) che il rapporto oggettuale con la madre è rotto: dal balcone = braccia della mamma, lui cade e muore;
b) che, pertanto, la sua identificazione con la madre è mortale perché ammazza il bambino e che quindi un transfert materno porterebbe ad angosce di essere ucciso dall’analista;
c) che poi doveva uccidere il padre.

Questo poi mi suggerisce che, “prima” deve essere esistita la possibilità di stabilire una identificazione valida con il padre, e che, se si fosse iniziata una analisi delle situazioni più primitive della vita, si sarebbe perduta anche questa identificazione con catastrofe totale14.
Passano così i primi mesi di analisi e intervengono le vacanze estive. Si riprende a settembre e non si notano particolari turbamenti. So ormai quale deve essere la strada da seguire: ricercare nell’inconscio la figura paterna. Una identificazione valida che possa sostenere il transfert e quindi procedere alla interpretazione delle angosce più primitive.
Il paziente infatti mi conferma la giustezza della impostazione con una maggiore calma e la scomparsa graduale dell’atteggiamento euforico-esibizionistico. Le sue comunicazioni vere, anche se rare, aumentano e mi permettono una sempre maggiore comprensione. Racconta della morte del padre a 18 anni. Il blocco negli studi. La crisi a 25 anni in relazione a interessi per una ragazza che lo portarono alla psicosi e alla clinica.
Si addiviene alla conclusione che, per poter reggere nel rapporto con una donna, è necessario qualcosa; questo qualcosa, sarà specificato poi, è la figura paterna non distrutta.
La chiamiamo identificazione fondamentale. Senza di questa, con una donna, si muore. Contemporaneamente a questo lavoro di ricostruzione della figura paterna, o ricerca della identificazione di base (la piattaforma di base, dice il paziente), il paziente comincia a proporre il problema dei giorni festivi in cui non c’è seduta. Appare, prima e dopo occasioni di festività, annoiato, chiuso, spesso salta qualche seduta. Dice che le cose vanno male. Ha la testa vuota, l’analisi è una rovina. È il problema dell’analista assente. Che succede?

1. Il paziente accusa l’analista di fargli del male.
2. Non è l’analista presente ma l’analista assente quello che fa del male. Perché?
3. Non è l’abbandono dell’analista ad essere causa del male ma la reazione di aggressività del paziente stesso all’evento: assenza dell’analista.
4. Qual è la reazione aggressiva in termini di fantasia inconscia? Non è l’oggetto esterno che va via ma sono io che lo faccio sparire. La causa del male è la fantasia di sparizione. Il bambino di fronte ad una realtà non gratificante volta la testa o chiude gli occhi. Allontana da sé, fino a farlo sparire, l’oggetto esterno.
5. L’effetto della fantasia di sparizione onnipotente inconscia diretta verso l’esterno, è la realizzazione di:
a) vuoto e buio interiore;
b) negazione o sparizione del sé perché l’oggetto esterno è la proiezione di una situazione interiore del sé (identificazione con il padre).

Questo era ciò che era accaduto in occasione della “assenza” cioè della morte del padre. Questo è ciò che accade ogni volta che l’analista si assenta per i giorni festivi. Il paziente risponde a queste interpretazioni, sempre più ampie e precise, portando la sua attenzione sul periodo di assenza del padre che andò a fare il soldato e lui rimase solo con la madre.
Cioè stette con la madre in assenza del padre. «Ed in quel periodo si masturbava», aggiungo.
Il paziente ricorda che in un tempo di poco posteriore a questo periodo gli dicevano che era «cambiato», smagrito, spaventato, con gli occhi sempre spalancati «come a voler vedere tutto, sempre».
Vale a dire, interpreto, lei ha realizzato la sua virilità e il piacere sessuale insieme alla fantasia di aver fatto sparire suo padre. Si è realizzato vuoto, aggressivo nel senso di totalmente aggressivo perché non rimaneva nulla in lei, come in fantasia non rimaneva nulla di suo padre. Con ciò lei ha realizzato la morte, il vuoto invece che la validità-virilità. Come le spighe mature che vedeva falciate dai contadini. Lei si sentiva maturo e forte per l’erezione e la libertà ma questo, per la fantasia di sparizione nei riguardi di suo padre, è diventato morte.
Il paziente non vuole passare le vacanze con la fidanzata. Non vuole ripetere la storia di rimanere con una donna, questa volta in assenza dell’analista. Riferirà poi, a settembre, che, quando per pochi giorni andò a trovarla, stava male. Senso di estraneità dal mondo e la fidanzata sentita cattiva, che lo odiava, che forse voleva ucciderlo per essere libera con gli altri.
È appunto, ripeto interpretando, la relazione con la donna, che è mortale, se è vissuta in “assenza’ del padre; vale a dire in assenza della identificazione fondamentale da lei annullata, quando, in occasione delle vacanze estive, ha fatto sparire me analista non accettando che l’analisi potesse essere procrastinata al mese successivo.
L’anno successivo (1965-66) porta, sulla base di continue interpretazioni sulla fantasia di sparizione, che si verifica ad ogni giorno festivo come ad ogni fine seduta, annullando il lavoro fatto15, alla analisi della depersonalizzazione e della pubertà.
Aveva ripetuto, aggravata, la dinamica di quando era piccolo. Vale a dire: fantasia di abbandonare, far sparire il padre. Aveva realizzato un distacco affettivo dal padre che era diventato un estraneo perché non più investito di libido; le assenze fisiche del padre erano sue sparizioni, annullamenti. Ricorda insistentemente un episodio di un ragazzino che, salendo su un campanile, si era attaccato ad una corda e, lasciatala, era precipitato.
L’episodio viene interpretato come il suo distacco affettivo dal padre. La dinamica vera con il padre era ben coperta dall’angoscia di aver perduto, cioè non più visto, un professore delle scuole medie. Il paziente diceva di aver capito che doveva esserci la fantasia di sparizione nei riguardi del professore. Ma non aveva capito abbastanza. Vale a dire che dietro la “sparizione” del professore c’era l’annullamento, la negazione, della persona e della personalità del padre che aveva “fatto sparire”, reso morto, inesistente, non amandolo più, e che tutta questa dinamica fantastica inconscia aveva avuto una base pulsionale particolarmente intensa non solo nella masturbazione, ma soprattutto nella prima eiaculazione che gli aveva fatto realizzare una trasformazione di sé che era poi diventata depersonalizzzione.
«Ero completamente rovinato, dice, ed effettivamente pensavo fosse per la masturbazione». Non proprio per la masturbazione, interpreto, quanto per la fantasia di sparizione che faceva durante la masturbazione. Il vissuto di smagrimento, imbruttimento, spavento di quando era piccolo, era, per la eiaculazione con la realizzazione del cambiamento corporeo connesso a tale fenomeno fisiologico, diventato “rovina fisica”, alterazione definitiva delle gambe e delle braccia. Il vuoto e il buio interiori, per la fantasia di sparizione, erano diventati alterazione e impotenza fisica.
Successivamente si approfondisce l’interpretazione. Per questa associazione, legata alla fantasia di sparizione del padre, tra virilità e morte o vuoto o aggressività, il suo pene era un coltello che poteva solo sventrare una donna e lo sperma era veleno. Si era addirittura realizzato un rovesciamento della pulsione sessuale. Dalla eiaculazione e dare lo sperma, a prendere i contenuti del ventre femminile. Fa un sogno:

«Davo coltellate nel ventre di una donna, da dove prendevo pezzetti d’oro».

Interpreto che, per la fantasia di sparizione diretta contro il padre, si era realizzato completamente aggressivo, il pene era coltello che sventrava; l’eiaculazione, mettere lo sperma nel ventre della donna, era prenderne le feci. Penetrare la donna e dare lo sperma e i bambini, era diventato per lui uccidere e rubare. Ho modo di spiegare quindi perché, a 25 anni, il rapporto con la ragazza aveva significato per lui psicosi e clinica. Il desiderio sessuale verso la ragazza era vissuto da lui, come abbiamo detto, come ucciderla a coltellate, mangiarne le interiora e le feci, i bambini contenuti, secondo lui, in lei.
L’altro campo di lavoro di questo periodo di analisi è condotto, nell’ambito di dinamiche transferenziali, sugli oggetti esterni distrutti in modo totale, fatti sparire, resi inesistenti, annullati. Si mette in evidenza che le problematiche di relazione con l’oggetto esterno analista sono: quella di base e cioè che l’analista è quasi sempre “assente”, anche quando è presente, e, con ciò, pauroso, aggressivo, fantasma persecutorio, che egli “viene a controllare”. Soltanto la presenza attiva dell’analista che si interessa, comprende e spiega, riesce a volta a volta, seduta per seduta, a neutralizzare la fantasia inconscia.
Viene alla luce, dicevo, che la relazione transferenziale oggetto esterno, analista morto o fantasma, è duale. È come se fossero sempre due, se questo oggetto fosse duplice. Ora contemporaneamente terapeuta precedente e attuale, ora il parente e il padre vero, ora il professore delle medie, ora, e quando il transfert richiama questa fantasia, l’angoscia diventa panico, gli amici di famiglia con il loro bambino morto prima della sua nascita.
È quest’ultima fantasia, meglio detta realizzazione interiore che costituisce il nucleo della catastrofe interna completa e che spiega il perché la precedente terapia, basata sul rapporto con l’oggetto parziale seno, avesse portato alla rottura e alla realizzazione maniacale ed esibizionistica del paziente.
Il paziente, abbiamo detto, aveva realizzato, da piccolo, un’autonomia-libertà-virilità con la fantasia di sparizione contro il padre, cioè con l’annullamento-sparizione della sua identificazione fondamentale cioè della strutturazione dell’oggetto totale-padre e con ciò aveva realizzato una regressione nell’utero materno. Si era masturbato vivendo fantasticherie orali di distruzione dell’oggetto parziale seno (era insieme alla madre da solo) e con ciò aveva reso la oralità, matrice del rapporto oggettuale, inaccettabile perché troppo distruttiva. «Sognava sempre incendi» cioè libido fuoco che distrugge.
La separazione dal padre, realizzata con la fantasia di aver fatto sparire il padre, aveva scatenato il processo: sparizione dell’oggetto totale, annullamento dell’Io, precipitare nel caos delle pulsioni dirette verso l’oggetto parziale senza il sostegno di un Io valido, cioè verso l’onnipotenza distruttiva. Libido-distruzione-fuoco. Il ricongiungimento col padre aveva poi bloccato il processo e permesso una certa, se pur in modo vago, ristrutturazione dell’oggetto totale vissuto però in modo persecutorio.
Successivamente, quando sentì gli amici di famiglia che gli dissero che lui era stato concepito perché il loro bambino era morto, la dinamica regressiva si ripresentò per la realtà che confermava la fantasia.
Cosa era accaduto? Per comprendere è necessario specificare che la fantasia di sparizione, annullamento della identificazione fondamentale con l’oggetto totale, identificazione proiettata poi sul padre, si lega ad una fantasia di non essere, di non essere nato, di tornare al buio e all’onnipotenza della situazione intrauterina16.
In questa realizzazione di base di fantasia di sparizione-non essere-essere nell’utero materno, la onnipotenza della fantasia è assoluta. Le proprie fantasie aggressive possono distruggere la vita che era prima di lui, perché lui, da dentro l’utero della madre, l’aveva distrutta.
Il pensiero bambino-pene-seno mi permise di intuire la chiave del problema del paziente.
Se noi consideriamo che il bambino era, per l’inconscio, il pene del padre il quale, a sua volta ha la sua prima matrice nell’oggetto parziale seno, possiamo comprendere come il paziente, nella fantasia di sparizione contro il padre, in unione con lo “scherzo” degli amici di famiglia, avesse realizzato una distruttività totale e con ciò bloccato ogni sua possibilità di vita, cioè ogni sua possibilità di rapporto oggettuale perché aveva distrutto l’oggetto parziale seno prima di nascere.
Viene confermata l’intuizione del primo sogno con la seguente spiegazione: la donna dentro la macchina è lui stesso cioè lui “identificato” con la madre, che, dentro la macchina, cioè dentro l’utero materno per la fantasia di sparizione, non tiene più il rapporto oggettuale e, per le fantasie distruttive dette sopra, cade dal balcone (braccia della mamma) e si sfracella.
Così anche il secondo sogno: la madre che ammazza il bambino. Lui stesso che si ammazza. Perché? Per evitare di essere ucciso da altri, per evitare che “lui uccida altri, cioè il padre e il pene del padre” e con ciò le sue identificazioni fondamentali. Si spiega anche il poi rilevato precedentemente. Il paziente aveva vissuto un periodo normale (più o meno normale) di rapporto con i genitori. Aveva realizzato una identificazione col padre su base ambivalente. Le “assenze” (vita militare e morte) del padre, dal momento che il padre era anche la propria identificazione ambivalente proiettata sul padre reale, erano espressioni di “aggressività” del padre stesso. Erano cioè scuse, pretesti che il padre prendeva per abbandonarlo, per esercitare nei suoi riguardi una pulsione tendente ad eliminarlo. A questo approccio del padre verso di lui, cosi vissuto, il paziente aveva reagito eliminando a sua volta, cioè realizzando che era lui a far sparire il padre.
«Passò da un ruolo passivo a uno attivo».
Con ciò rimase con il buio e con il vuoto essendo, come abbiamo detto, il padre, anche la propria identificazione fondamentale proiettata all’esterno. Fatta sparire questa identificazione, il paziente, oltre che buio e vuoto, era inesistente, non essente, non nato. Era nella situazione di essere nel buio intrauterino del ventre materno.
In questa realizzazione interiore, la masturbazione e le pulsioni sessuali dirette verso l’oggetto (seno, pene-bambino) erano distruttive. Amore-distruzione (il fuoco). Quando sentì gli amici di famiglia dire che egli era nato perché era morto un bambino, realizzò che prima della nascita, nell’utero materno, le sue pulsioni sessuali avevano distrutto l’oggetto del suo rapporto sessuale (affettivo)17.
Fu l’intuizione di quel poi del sogno che mi portò a ritenere che “prima” ci doveva essere stata una identificazione strutturante e che poi era stata perduta. Poi, quando? Quando ci furono i distacchi dal padre con realizzazione di una “attività”, fantasia di sparizione, e conferma di realtà (partenza per il militare e morte). Poi conferma di realtà che anche le sue pulsioni sessuali (affettive) rimaste erano distruttive, quando sentì che la sua nascita era connessa alla morte di un bambino.
Allora egli si “ammazza” (abbandona), nega continuamente il bambino che cresce in lui nella situazione di rapporto con l’analista, per evitare che lo uccidano “altri”. Cioè per evitare che il padre lo abbandoni (che lui abbandoni il padre con la fantasia di sparizione) e con ciò ripetere la catastrofe descritta.
È infatti uno dei temi fondamentali dell’analisi che il paziente “uccida” continuamente il proprio inconscio, rinneghi i sogni in cui mostra una evoluzione e un legame oggettuale. Cioè nega e rinnega sempre se stesso, il bambino che è in lui. Fino a che, in occasione di una sospensione di analisi, tenta il suicidio gettandosi da una finestra «per rompersi le gambe». Esattamente allo stesso tempo di analisi cui corrispondeva il distacco dal padre nonostante fosse stato più volte interpretato. Cioè colpisce le gambe, dopo aver fatto sparire l’analista.
So che le gambe, per esperienza di altri pazienti, corrispondono ad una realizzazione di identificazione con il seno. Quando c’è un disturbo alle gambe, si trova una problematica di distacco dal seno, nel senso di una perdita e di un vuoto. Posso anticipare che corrisponde ad una fantasia di sparizione contro il seno, al momento dello svezzamento. Un distacco cioè con mancata realizzazione di una immagine interiore.
Il paziente quindi aveva ripetuto, nel transfert, la dinamica infantile. Fantasia di sparizione contro l’analista, realizzazione di vuoto e buio interiore, essere non nato nel ventre materno. Di qui “rompe le gambe” cioè attacca e colpisce l’oggetto seno, e distrugge le sue realizzazioni di identificazione con esso.
È confuso, in agitazione psicomotoria. Lo visitano vari psichiatri che diagnosticano stato dissociativo, schizofrenia, agitazione psicomotoria.
Aspetto che mi chiami, cosa che regolarmente avviene, e continuo le sedute analitiche in ospedale.
Ha ucciso il bambino che avrebbe fatto sparire il padre analista, interpreto. Il paziente è rabbioso e commosso insieme. Non riesce a realizzare perché continuo a fargli l’analisi. Per lui c’è una realtà interiore fantastica che è quella che il bambino dentro di lui non deve vivere e l’analista si oppone a ciò. È una lotta tra il suo mondo fantastico interiore, radicato, assoluto e la conoscenza e le interpretazioni dell’analista: «La luce e le tenebre», commenta il paziente.
Guarito dall’intervento chirurgico, continua regolarmente le sedute nello studio dell’analista.
Comprendo ancora di più perché una terapia, come la precedente, portata subito sull’oggetto parziale seno, era stata fallimentare. Era, come abbiamo detto, un oggetto parziale distrutto a priori. Era necessario comprendere le tappe fondamentali della evoluzione della vita del paziente cioè la crisi masturbatoria infantile, per poter capire la fantasia di sparizione e la realizzazione della regressione nell’utero materno e di lì le fantasie masturbatorie della distruzione dell’oggetto parziale pene-seno poi completate dalla “realtà” della “morte del bambino” prima della sua nascita.

Attualmente il paziente sta elaborando il problema descritto ed è in lotta tra il superamento della crisi dell’adolescenza con ripetizione dell’abbandono del padre, o non farlo e maturare. Maturare vuoi dire superare la fantasia di sparizione e accettare l’analista e con ciò la sua identificazione fondamentale con l’oggetto totale padre.
Sono ormai vari anni di analisi e l’interpretazione va sullo “scherzo”, la “battuta spiritosa” degli amici di famiglia.
Interpreto la fantasia di sparizione, l’annullamento del padre e della sua identificazione proiettata, la sua regressione nell’utero materno e il suo vivere, in questa realizzazione interiore, la distruzione continua delle possibilità dell’analista di dargli qualcosa di valido. Porta un sogno:

«Era come un lago: c’era dentro una donna che nuotava. Uno versa latte che si spande nell’acqua».

Interpreto: la donna nell’acqua rappresenta la sua affettività, il se stesso con possibilità di accettare l’aiuto dell’analista. Ma è nell’acqua, cioè vive una situazione di buio per la fantasia di sparizione, come se fosse dentro il ventre materno, ancora non nata. Quello che l’analista dà a lei di vitale e fecondante, e che lei cerca di dare a se stesso, si perde nell’acqua. Quando sentì gli amici di famiglia che gli dissero che il loro bambino era morto prima che lei nascesse, realizzò una vita intrauterina, prenatale, come distruttiva delle sue possibilità di avere un buon rapporto con questo bambino (seno) quando sarebbe nato.
Allora non nasce; ha paura di nascere, perché pensa di non trovare un seno con cui aver rapporto.18
Prima ha fatto la fantasia di aver fatto sparire suo padre e con lui la sua realizzazione di uomo. Poi lo rivide e si calmò in parte. Quando seppe del bambino morto, riprese la fantasia di non essere nato e la realizzò definitiva, perché aveva distrutto, da quella situazione, anche il figlio del padre, il pene, cioè la validità del padre da cui poteva trarre sostegno e vita.
Poco dopo porta un altro sogno:

«Avevo un rapporto sessuale con una donna ma non mi alzavo. Rimanevo lì».

Interpreto: lei accettando di riprendere in sé la sua affettività, comprendendo la fantasia di sparizione, realizza anche la possibilità di rapporto umano (sessuale) ma ancora non può pensare a separazioni, a distacchi. Teme di realizzare di nuovo il distacco con fantasia di sparizione, con il vuoto, il buio.
Ultimamente viene dicendomi che la moglie gli aveva detto che aveva pensato di portargli in casa un bambino del contadino vicino. Ricompare cioè la nascita, il nato, l’Io. Quella madre che gli aveva detto che il suo bambino era morto e lo accusava della sua nascita ora gli dice che è ricomparso.
Cioè egli, accettando la sua affettività sessualità, acquista il potere di far ricomparire l’immagine dell’oggetto sparito.


Note

* Dimmi, dove nasce la fantasia, nel cuore o nella testa? Come si genera, come si sviluppa? Dimmi, dimmi.
Dagli occhi si genera, si nutre dal guardare e muore nella culla dove vive. Suoniamo a morto la campana della fantasia. Din-don, din-don. (W. SHAKESPEARE, Il mercante di Venezia, atto III, scena Il).
1 Su questa parola torneremo poi per esaminare come possa trattarsi, oltreché di assenza fisica, anche di assenza psicologica quando l’analista non comprende o non interpreta esattamente.
2 Vedi considerazioni sulla Sfinge, p. 300.
3 Vedi ad esempio, D. MELTZER, Il processo psicoanalitico, Armando, Roma 1971. Ed, in verità, non hanno studiato niente. Hanno ripetuto, come sempre, ciò che aveva detto Freud. Cfr. Inizio del trattamento, in S. FREUD, Opere, Boringhieri, Torino 1975, vol. VII, p. 337.
4 O, ribadiamo, non interpretando esattamente, cioè disinteressandosi del paziente (assenza psichica).
5 Si badi bene: non sono annullati.
6 Assistenza e repressione sono i due aspetti della violenza con cui si è sempre affrontata la realtà psichica umana.
7 Qui va sottolineato un fondamento del discorso. L’assenza, l’indifferenza, la neutralità “scientifica” non è mancanza, ma l’esplicazione attiva di una pulsione. Essa scoperta permetterà (finalmente!) di individuare e chiarire la dimensione della pulsione umana di rapporto con la realtà e di porre fine alla rassegnazione (1976).
8 Il riferimento al concetto di astinenza è abbastanza evidente, però va chiarito. Esso è rifiuto attivo e cosciente nei riguardi delle dimensioni di rapporto scisse e parziali. Non è quindi né indifferenza né tampoco neutralità “scientifica”. Cfr. ne La marionetta e il burattino, Nuove Edizioni Romane, Roma 19997, la dimensione di rifiuto.
9 A titolo di esempio riporto un sogno di una paziente: «Tornava a Roma a piedi dal luogo della villeggiatura. Si fermava ad una prima stazione che era abbandonata e vuota. In una seconda stazione c’era gente. Qui ritrovava il braccialetto e la catenina che portava al collo che aveva perduto. Ci metteva cinque ore».
Notai che erano passati cinque mesi di analisi dalla sospensione estiva. Erano stati necessari cinque mesi di lavoro analitico per dare modo alla paziente di ritrovare la possibilità di rapporto con l’analista.
La prima stazione era un periodo di assenze che la paziente aveva fatto per una malattia fisica. La seconda erano altri giorni festivi che la paziente aveva accettato come accordo, e dove, pertanto, recuperava la sua sessualità-affettività (la catenina cioè la bocca e il braccialetto cioè la mano).
10 Riteniamo incompleta e confusa questa formulazione. Il concetto di identificazione, che implica a sua volta il concetto di introiezione, è diverso dal concetto di rendersi uguale (e maggiore nel senso di un più, che poi è un concetto di maggiormente aggressivo) in cui non c’è una dinamica introiettiva dell’oggetto.
11 È questa la realizzazione del cosiddetto Io (hegeliano) come annullamento dell’altro, altro che è, in realtà, identificazione proiettiva (“negazione”): l’Io dell’indifferenza e della ragione astratta. (1976).
12 Il termine “identificazione” non è esatto. Lo lascio per poter anticipare che è un “rendersi uguale” all’oggetto fantasticato aggressivo. Non viene così considerata cioè una dinamica di introiezione dell’oggetto, ma una realizzazione inconscia contro l’oggetto.
13 Recentemente nel RACKER, Studi sulla tecnica psicoanalitica, cit., p. 188, è messa a punto questa dinamica, cioè di come al transfert maniaco dell’analizzando corrisponda il controtransfert depressivo-paranoide dell’analista.
14 Il poi è fondamentale Esso si svilupperà nella distinzione della fantasia di sparizione alla nascita, che va a costituire la corazza di indifferenza e che contiene l’Io dell’inconscio mare calmo, dalla fantasia di sparizione che si realizza dopo il rapporto interumano contro l’identificazione proiettata, cioè dalla dinamica del rapporto sadomasochistico che finisce nell’indifferenza (schizofrenia). (1976).
15 Penelope?
16 Considerare il detto “venire alla luce” per indicare la nascita. Buio = fantasia di sparizione - chiudere gli occhi = regressione dentro l’utero materno.
17 L’Assoluto mors tua-vita mea al di là del rapporto sadomasochistico. È il non rapporto, l’impossibilità di esso, la schizofrenia. Il concetto di causa nel rapporto interumano: egli era perché era morto l’altro. (1976)
18 La fantasia di sparizione, dopo il rapporto interumano sadomasochistico, annulla l’Io della nascita, il rapporto prenatale con il liquido amniotico... e l’uomo resta convinto che non siano mai esistiti. Cfr. p. 143: «(...) non sono stato mai amato (...), e non è vero» e pp. 117-119.

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