da Il mago scurnacchiato ovvero Storia mirabile di Pasqualino degli Occulti alle Indie Orientali


Č dura la vita da mago

Correva l’anno Millesettecentoqualchecosa e la città di Napoli, dove inizia questa storia, era una grande metropoli: la più grande metropoli italiana, la quarta città europea per numero di abitanti e di strade. Le piazze erano gremite di folla che faceva ala al passaggio di eleganti carrozze. Nei caffè e nei locali alla moda s’incontravano artisti e filosofi. Nei quartieri del porto ci s’imbatteva in gente di tutte le razze e di tutti i paesi. Il popolo, quando non mangiava pizzottelle, cantava e suonava (così almeno si racconta). Meraviglie ad ogni angolo, luce ad ogni angolo… be’, non c’è da sorprendersi, era il cosiddetto "secolo dei lumi".
Ad essere sinceri, però, non è che i lumi fossero proprio ovunque. Certe viuzze, certi vicoletti, di luce ne vedevano ben poca. In una stradina seminascosta, che oggi non esiste più, c’era una piccola bottega di magia. Sì, proprio così, una bottega di magia. Era un locale minuscolo e buio, dove si potevano ordinare e acquistare filtri e amuleti e dove si poteva incontrare un giovanotto secco e allampanato che rispondeva al nome di Pasqualino degli Occulti.
"Un nome simile sarà certo inventato", direte voi. E invece no, si chiamava proprio così. Pasqualino discendeva da un’antica famiglia di streghe, stregoni, fattucchieri, ammaliatori, incantatrici ed era egli stesso un mago, un mago potente, portentoso.
Vi chiederete come mai non ne abbiate già sentito parlare. È una storia lunga. Tanto per cominciare, a quel tempo nessuno lo chiamava con il suo nome, era per tutti il mago scurnacchiato.
Proprio così, come mago Pasqualino aveva un difetto vistoso, era sfortunato, scurnacchiato, come diceva la gente, e difficilmente le sue magie andavano a buon fine. Se ci si rivolgeva a lui, che so… per liberare la propria casa dai topi, i topi sparivano, ma poteva succedere di ritrovarsela piena di cimici e di doversi grattare per un mese, oppure piena di uccellini che divoravano il divorabile. Molte ragazze afflitte da problemi di cuore si facevano confezionare filtri amorosi. Il filtro funzionava, eccome! Però, ahimè, poteva anche accadere di vedere un bel giovane varcare al galoppo la soglia della casa di una fanciulla leggiadra e gettarsi perdutamente tra le braccia di… sua nonna.
In tutti quei malaugurati casi seguiva un gran trambusto: disperazione, urla e mazzate. Sì, insomma, botte come si dice a Napoli, botte da orbi, mazzate di fuoco, e il povero mago scurnacchiato era costretto a darsi alla fuga. Le mazzate gli facevano uno strano effetto. A nessuno fa piacere ricevere una botta in testa, d’accordo, ma per lui era una vera rovina, ne andava di mezzo la sua magia. Quei bernoccoli, quei cuorni, era come se lo privassero dei suoi poteri. Finiva, così, per sbagliare ancora di più.
In quell’ambiente suscettibile e manesco non si poteva lavorare bene. Da mago scrupoloso, Pasqualino degli Occulti cercava di darsi conto dei suoi insuccessi, ma le condizioni erano troppo sfavorevoli per potersi concentrare come avrebbe voluto. A malincuore, molto a malincuore, decise di lasciare la sua bella città.
In una notte di stelle salì sulla collina di Posillipo, che si erge sul golfo come un promontorio. Lì, davanti al mare d’argento, con il vento che gli scompigliava la zazzera spiovente e faceva tremare le mille lucine del golfo (tanto che avrebbe potuto illudersi di avere le stelle sopra e sotto di sé), in quella notte in cui i fuochi fatui danzavano nei cimiteri e i pipistrelli volteggiavano sopra i comignoli e le streghe facevano il girotondo intorno al vecchio noce di Benevento, in quella notte di portenti Pasqualino degli Occulti fece un terribile giuramento. Giurò di partire e di andare lontano e poi giurò che non sarebbe mai più tornato, a meno che… a meno che non avesse finito una volta per tutte di essere un mago scurnacchiato.
Ogni giorno le navi lasciavano il porto alla volta di terre lontane, gli sarebbe bastato trasformarsi in qualcosa di molto piccolo per poter prendere il largo inosservato. Già, ma per andare dove? Più di una volta aveva sognato di presentarsi alle grandi corti d’Europa, ma era sempre stato trattenuto dal pensiero che le sue magie potessero non riuscire e procurargli così altri guai. Forse nelle corti di Oriente… ma il gran sultano di Turchia, a detta di tutti, aveva un carattere poco raccomandabile. Aveva sentito favoleggiare dell’imperatore della Cina, del re del Siam, dei grandi signori del Giappone. Anche quei potenti, però, dovevano essere dei tipi irascibili: non ci avrebbero pensato due volte a farlo mettere ai ferri, se avesse combinato qualche pasticcio. Quello che gli serviva era un paese di filosofi, gente che prendesse la vita con calma e analizzasse ogni fenomeno con sereno distacco. Gli sovvenne che quel posto avrebbe potuto essere l’India, le Indie Orientali, come usava dire allora, contrade di cui sin dall’antichità si diceva un gran bene. L’India, il paese degli asceti. Lì avrebbe avuto tempo di studiare i suoi libri di magia e capire in cosa avesse sbagliato fino a quel momento. Al tempo stesso avrebbe potuto continuare ad esercitare la sua onorata professione di mago e guadagnarsi da vivere.
Quella sera lo si vide passare circospetto per i vicoli del porto. Si fermò in due o tre locande maleodoranti a bere vino e ad informarsi con discrezione sui bastimenti in partenza per le Indie. Quando alla fine individuò il veliero che faceva al caso suo, cercò di concentrarsi su qualcosa di sommamente piccolo, recitò un’arcana formula e… magia! Si ritrovò trasformato in un omone alto due metri. Così dovette pagare il doppio di un biglietto normale per il passaggio marittimo.
Durante il viaggio il mago fu tentato d’intrattenere l’equipaggio con i suoi numeri. Per fortuna fu abbastanza saggio da astenersi; quegli uomini rudi, la feccia dei porti di tutto il mondo, lo avrebbero dato in pasto ai pesci, se avesse combinato dei guai.
Finalmente sbarcò in India, dove riprese il suo aspetto di sempre. Faceva un gran caldo e lo sfiorò l’idea di fare una magia per rinfrescare il paese, ma si fermò in tempo. Chissà cosa sarebbe potuto accadere!
Volle lasciare la costa e la popolosa città, dove era sbarcato, per inoltrarsi verso l’interno, verso le zone desertiche del nord ovest, dove avrebbe potuto egli stesso menare vita da asceta.


Nella terra dai molti misteri e dai pochi segreti

Lo straniero, che s’inoltrava per carovaniere così poco battute, non poteva non destare la curiosità delle popolazioni locali. Accade ancora oggi, figuriamoci allora. Fu così che molta gente gli si avvicinò e provò a parlargli in lingue a lui sconosciute, aiutandosi con ampi gesti della mano e talvolta con segni e graffiti tracciati sulla terra. A tutti, in un modo o nell’altro, Pasqualino rivelava di essere un mago, mosso a quelle plaghe lontane dalla voglia di studiare e di migliorare.
Dovete sapere che in nessun’altra terra al mondo i maghi sono tenuti in così alta considerazione come in India. Uomini e donne, che apprendevano la novella, si prostravano davanti a lui, gli toccavano letteralmente i piedi, portandosi poi la mano alla fronte in segno di rispetto. Puntualmente cominciarono ad arrivare implorazioni di aiuto. Sebbene Pasqualino degli Occulti non parlasse la loro lingua, capiva fin troppo bene quello che volevano. I soldi non bastavano mai e così il cibo, il latte, la stoffa per i vestiti; c’era sempre una suocera di troppo o un rivale in amore, e c’era sempre qualcuno che voleva diventare l’uomo più importante della sua città. Per molti giorni il mago scurnacchiato, che ormai viaggiava circondato da una folla imponente e vociante, resistette alle loro preghiere, però dopo molte insistenze cedette. Fece capire che non avrebbe esaudito desideri pomposi; al contrario, avrebbe accontentato solo i cuori più semplici. Così, scartate decine e decine di richieste, si risolse ad assecondare quella di un giovane pastorello, Anil, che aveva smarrito nel deserto il suo agnellino preferito. Il ragazzo piangeva calde lacrime. Il deserto era un posto troppo pericoloso per un agnellino di poche settimane, forse qualche serpente lo aveva già divorato. Niente paura, Pasqualino gli fece intendere che con la sua magia avrebbe sistemato ogni cosa.
Il mago scurnacchiato tracciò un gran cerchio sulla sabbia. Tutta la gente che gli stava intorno si sedette a rispettosa distanza. All’improvviso si fece un gran silenzio rotto solo dal ronzio delle mosche. In mezzo a quella strana moltitudine, lontano, lontanissimo dalla sua amata Napoli, il mago cominciò a recitare le sue formule un po’ greche, un po’ arabe e molto partenopee. Dopo una manciata di secondi, che sembrò durare un’eternità, uno strano polverone cominciò a sollevarsi dal centro del cerchio da lui tracciato. Era come un turbinio e non consentiva di vedere alcunché. Finalmente il polverone prese ad adagiarsi, lasciando intravedere due figure, una molto più grande dell’altra. Un coro di meraviglia, stupore, sconcerto si levò tra i presenti. Al centro del cerchio stava dritto il mago, vicino a lui un giovane elefante.
Questo ennesimo errore nella sua terra d’origine gli avrebbe procurato un sacco di mazzate ed in effetti Pasqualino, la fronte imperlata di sudore freddo, temette per un attimo il peggio. Accadde, invece, qualcosa d’imprevisto.
Si perdoni la mia generalizzazione, ma gli indiani meritano veramente la loro fama di filosofi. I popoli occidentali, anche quando sono scanzonati e sognatori come i napoletani, badano molto al risultato. Per gli indiani un risultato è un risultato, non è certo l’unica cosa che conta; bisogna anche vedere come si arriva (o non si arriva) a conseguirlo. Gli anziani, che sedevano nella prima fila del cerchio della folla, avevano seguito con attenzione l’opera di magia. Erano rimasti sbalorditi ed ora discutevano con grande animazione.
"Non c’è dubbio", diceva uno di loro, "che il tentativo del mago di riportare ad Anil il suo agnellino sia fallito".
"Vero, vero, vero", annuivano gli altri.
"Ma è anche vero che il mago ha fatto comparire dal nulla un elefante, impresa assai più difficile che far comparire un agnello".
"Vero, vero, vero".
"Bisogna concludere che questo mago straniero è molto, molto potente, anche se la sua magia sembra essere un po’… confusa".
"Un po’ confusionaria", suggerì un altro.
"Pasticciona", esclamarono in molti.
"Forse è a causa della sua lingua".
"Forse non ci vede bene e la causa sono i suoi occhi. Ci vorrebbe un impacco di yogurt e di cacca di capra".
Un diluvio di consigli si rovesciò sul mago; tutti, uomini e donne, giovani e vecchi, proponevano qualche rimedio per la magia di Pasqualino, grande sì, ma pasticciona.
Dissipati i primi timori, il mago scurnacchiato dispensava larghi sorrisi. Non aveva mai fatto apparire elefanti prima di allora ed era anche lui sorpreso dall’esito del suo esperimento. Si sentiva stanco e volle congedarsi da quella folla osannante.
L’India ha molti misteri, ma pochi segreti. "Com’è possibile?" direte voi. Semplice, un mistero è qualcosa che nessuno sa e che nessuno può andare in giro a raccontare, proprio perché non lo sa. Un segreto, invece, è qualcosa che qualcuno sa, ma che si tiene per sé. In India ci sono pochi segreti, perché poca gente riesce a tenersi le cose per sé. I segreti viaggiano di bocca in bocca, da orecchio a orecchio. Gli eventi pubblici, poi, quei fatti che avvengono sotto gli occhi di tutti e segreti certo non sono, viaggiano alla velocità del suono (in certi casi anche a quella della luce) e viaggiando s’ingrandiscono. È così che una zuffa di quartiere diventa una battaglia tra gli dei. La dimostrazione pubblica del mago scurnacchiato divenne un vero festival mitologico. Alcune donne giurarono di aver visto il dio Shiva e la sua divina consorte, circondati da nugoli di guerrieri celesti, consegnare al mago straniero un elefante d’oro su un vassoio d’argento.
La fama di quella magia straordinaria si sparse per tutti gli angoli di quell’immenso paese, dalle nevi dell’Himalaya a Capo Comorin, dalle giungle dell’Assam alle spiagge del Malabar, dalle rive del Gange al deserto del Thar. Molti avrebbero voluto anche solo conoscere Pasqualino degli Occulti e moltissimi avrebbero desiderato mettere a frutto le sue arti. Principi e potenti sguinzagliarono emissari ovunque allo scopo di trovare il mago ed assicurarsi i suoi servigi, ma le loro ricerche furono vane.
Pasqualino aveva avuto la conferma di essere un mago scurnacchiato. L’apparizione dell’elefante aveva avuto successo, però lui non poteva sentirsi veramente soddisfatto. Decise, allora, di ritirarsi in un impervio anfratto nelle zone desertiche di una regione che oggi si chiama Rajasthan, la "terra dei re", e lì vivere come un asceta indiano, studiando e ripassando giorno e notte le formule magiche.