da Piccolo amore


Anna

Anna era arrivata in classe per la prima volta all’inizio della quarta elementare. Una mattina il signor Salvani, il maestro, l’aveva fatta entrare nell’aula e aveva detto:
“Ecco la vostra nuova compagna. Si chiama Anna Valesca. Siate gentili con lei. È qui solo da sei mesi. Prima viveva coi genitori in Polonia”.
Anna era proprio buffa. Non indossava dei jeans, ma una veste lunga e fuori moda. Aveva una sola treccia, anch’essa troppo lunga. Era pallida, magra, e respirava con un certo affanno.
A Bruno la ragazza parve orribile. Qualche suo compagno cominciò a ridacchiare.
“Un po’ di contegno!” ammonì il signor Salvani. Fece sedere Anna in un banco accanto a Caterina, e subito Caterina si scostò ostentatamente da lei che però fece finta di niente.
Bruno trovò che Anna sembrava fuori posto in classe e tornò a squadrarla attentamente. Allora lei sollevò la testa e gli dette una sbirciata. Per Bruno fu come una scossa elettrica. La ragazza aveva due immensi occhi nocciola, enormemente tristi. Lui non aveva mai visto due occhi così. Non sapeva neppure come gli fosse venuta l’idea che erano tristi. Pensò: “Nessuno dovrebbe avere degli occhi come quelli. Mettono spavento”. E smise di guardare verso di lei. Nei giorni seguenti nessuno si interessò di Anna anche se il maestro esortava gli alunni a non essere scortesi. “Se almeno Anna una volta piangesse”, pensava Bruno. Ma lei non piangeva.
A sentire Caterina, Anna era proprio disgustosa: “Puzza”, diceva, “e non sa neppure scrivere in modo corretto. A dieci anni non è capace di scrivere senza fare sbagli”.
Bernardo obiettava: “Forse sa scrivere in polacco”.
“Sfido”, replicava Caterina, “è proprio una polacca, mica è una di noi”.
“Forse non le hanno permesso di restare in Polonia”, suggerì Bernardo.
“A causa di quella puzza senza fine”, insisté Caterina per rincarare la dose. Era troppo! Bruno afferrò la compagna per un braccio e gridò:
“Smettila una buona volta! Sei tu che puzzi”.
Caterina si svincolò e urlò a sua volta in modo da farsi sentire da tutti:
“Difende Anna. Bruno è innamorato di Anna!”
Bruno si gettò allora su Caterina premendole la mano sulla bocca mentre lei si dibatteva, rossa in viso.
“Lasciala!” intervenne Regina. “Non vedi che non ce la fa più a respirare?”
Nessuno di loro si era accorto che il maestro era fermo sulla porta dell’aula e già da un pezzo li stava ascoltando.
“Bruno, lascia andare Caterina!” Il signor Salvani era terribilmente in collera. Gli si leggeva in faccia, mentre ordinava a tutti di tornare ai loro posti.
Di colpo calò sulla classe un silenzio profondo. E poiché non volava neppure una mosca, tutti sentirono i singhiozzi di Anna. Lei cercava di soffocarli, ma non ci riusciva. Le lacrime le scorrevano giù per le guance. Se le asciugava e riasciugava senza posa e il suo respiro si faceva affannoso.
Il maestro si accostò al banco di Anna e ordinò a Caterina di cambiare posto con Regina. A Regina disse:
“Forse tu puoi aiutare Anna”. Poi tenne un discorso. Parlava tra i denti e si sarebbe messo volentieri ad urlare.
“Può succedere ad ognuno di voi di trasferirsi in un’altra città e in un’altra scuola. E ognuno di voi all’inizio sarebbe un estraneo. Per Anna la situazione è ancora più complicata. Lei è cresciuta ed è andata a scuola in un altro paese. Là, parlava soltanto la sua lingua. Poi i suoi genitori hanno ottenuto il permesso di emigrare nel nostro paese e adesso sono qui. Vorrebbero sentirsi a casa loro. Anche Anna lo vorrebbe, ma voi glielo rendete difficile”.
Bruno guardava in direzione di Anna che teneva la testa china. Non era affatto certo che stesse ascoltando il discorso del maestro.
“Che cosa si può fare?” chiese Bernardo alla fine delle lezioni.
“Niente”, disse Caterina.
Nei giorni successivi tutti lasciarono Anna nuovamente sola. Perfino Regina rinunciò a tentare di aiutarla.
“È stupida”, diceva, “con me non parla. È proprio una sciocca, ve lo posso assicurare”.

Passò un poâ di tempo. Poi tutto cominciò con una vecchia palla da tennis. Qualcuno lâaveva trovata nel cortile della scuola e gli amici giocavano a lanciarsela correndo: Bruno, Bernardo, Gianni. Anna stava in piedi sotto l’albero vicino al muro del cortile. Sola come sempre, per conto suo. Se ne stava lì come una voce muta, ma piena di rimprovero e a Bruno pareva si comportasse proprio da sciocca.
“Stupida oca!” pensava. “Noi sì che vorremmo. È lei che non vuole!”
Prese la rincorsa e lanciò. La palla colpì Anna in mezzo alla fronte. Si udì un colpo secco e subito dopo un breve grido.
“Adesso si mette a piangere”, pensò Bruno, restando in attesa.
Anche gli altri si erano fermati, interrompendo i loro giochi e guardando verso Anna. Lei restò in silenzio: si strofinava la fronte e lentamente, molto lentamente si voltò verso il muro. Regina osservò che era un gesto sgarbato.
Bruno provò all’improvviso un impeto di collera contro se stesso.
“Che grossa cretineria!” disse. Intendeva parlare di sé, ma la frase suonava come se si riferisse ad Anna.
È vero, aveva voluto colpire Anna, aveva voluto addirittura farle male.
“Le sta bene!” esclamò Bernardo applaudendo come al teatro o al circo. Bruno reagì:
“Magari fossi stato tu a farlo, testa d’asino!”
“Adesso che ti prende? All’improvviso diventi pauroso?” Bernardo corse via con gli altri. L’intervallo della ricreazione era finito.
Bruno seguì i compagni molto lentamente, ma non entrò in aula. Voleva aspettare Anna che però non veniva. Allora tornò di corsa nel cortile e la trovò ancora sotto l’albero. Voleva chiamarla: “Anna!” ma sarebbe stato troppo. Avrebbe potuto credere che le si voleva avvicinare.
In realtà gli dispiaceva di averla colpita. Niente di più. Poi però la chiamò: “Anna!” a voce così alta che lei dovette sentire anche se continuava a volgergli le spalle, senza muoversi.
“Se non vuole”, pensò Bruna, “peggio per lei”.
Allora la ragazza gli rivolse lo sguardo. Sulle sue guance si vedevano strisce di sudicio perché si era asciugata le lacrime con le mani. I suoi occhi avevano una luce ancora più triste del solito. Diavolo, che razza di occhi! Anna fece qualche passo verso di lui, con le mani incrociate come se si preparasse a una preghiera.
“Scusa”, disse Bruno.
“Non mi hai fatto tanto male”, rispose Anna.
“Ma tu hai pianto”.
“Perché nessuno di voi ha un po’ di simpatia per me”.
“Io sì!” esclamò Bruno senza riflettere. Poi fece un grido, come di sorpresa.
“Che cosa c’è adesso?” chiese lei.
“Niente. Sciocchezze!”
“Se lo dici tu”, osservò lei.
Allora Bruno si turò le orecchie e si mise ad ululare come una sirena. Vedeva che Anna parlava, ma non poteva sentirla. E ne era contento. In testa aveva un’enorme confusione e si affrettò verso l’aula dinanzi a lei.
Arrivarono in ritardo. L’intervallo era finito. Il maestro non fece le solite rimostranze, ma gettò su Bruno ed Anna uno sguardo inquisitorio.
“Dunque, adesso possiamo cominciare con il dettato”. Bernardo sospirò.
“C’è qualcuno che ha da ridire?” domandò il maestro. Le teste degli allievi fecero di no tutte insieme, come una testa sola.
“Il dettato lo sbaglio”, pensava Bruno, “lo sbaglio di sicuro!”
La voce del maestro risuonò improvvisamente vicinissima: “Bruno Corbellin, dormi o sei desto?” Bruno si sforzò di stare attento.