da
Romeo e Giulietta/La bisbetica domata
Garfield racconta Shakespeare.
Unappassionante gioco di confronti: teatro/narrativa, originale/adattamento, racconto/traduzione..., per rileggere due tra le pił belle storie damore.
La narrazione di Garfield
Nellantica Verona,
dalle alte mura e dalle strade anguste e infocate, dove gli uomini,
irrequieti come vespe, andavano in giro con la spada pronta a punzecchiare,
vivevano due famiglie, i Capuleti e i Montecchi, che si odiavano a
morte. Bastava che si incontrassero in strada per azzannarsi come
cani. La brava gente di Verona, terrorizzata dalle urla, le imprecazioni
e il fracasso che non risparmiavano nessun angolo di strada, era stufa
di vedere turbata in modo così insensato la pace della città.
Ci risiamo! In una calda mattina di luglio, due servitori dei Capuleti
che ciondolavano senza far niente, videro passare due uomini dei Montecchi.
Uno scambio di occhiate, uno scambio di frasi, e in quattro e quattrotto
la pacifica piazza del mercato piombò nello scompiglio, mentre
le due coppie di oziosi ribaldi difendevano il nome dei rispettivi
padroni distruggendo bancarelle, rovesciando ceste, demolendo botteghe
e ferendo passanti, con lunico intento di farsi a pezzi.
Benvolio, un giovane Montecchi con testa sulle spalle si imbatté
nella scena e cercò di interromperla; Tebaldo, un giovane Capuleti
talmente irascibile che trasudava coltelli da tutti i pori, si scagliò
subito contro Benvolio. Sopraggiunsero gli anziani Montecchi e Capuleti
in persona, che tentarono di sguainare le spade tremolanti (ma sembravano
più fili di paglia al vento che fulmini saettanti nel ciclo).
Gli uomini gridarono, le donne corsero a trascinare al sicuro i bambini
sparsi qua e là... e il sanguinoso tumulto minacciava già
di coinvolgere tutta la città, quando, in gran furia, arrivò
nella piazza il principe di Verona con i soldati.
Sudditi ribelli, nemici della pace! urlò, e, forte
di una collera feroce e di minacce anche più feroci, riuscì
a ristabilire una parvenza di pace. La meschina, micidiale lite tra
Montecchi e Capuleti lo faceva uscire dai gangheri oltre ogni dire.
Se turberete ancora la quiete delle nostre strade, minacciò,
la pagherete con la vita.
Quando il principe se ne fu andato, portando via con sé il
vecchio Capuleti (per togliere di mezzo una delle due parti in causa,
e lasciare laltra senza nessuno con cui prendersela), donna
Montecchi si rivolse a Benvolio.
Dovè Romeo? Lavete visto oggi? chiese.
Sono proprio contenta che non sia stato coinvolto in questa
rissa, aggiunse, come se Romeo, il suo unico figlio, fosse una
testa calda che sicuramente avrebbe avuto la peggio tra coltellate
e pugni sferrati alla rinfusa. Ma Romeo si trovava altrove, avvolto
in una malinconia che era un mistero persino per i suoi genitori.
Eccolo che arriva! esclamò Benvolio, quando il
giovane in questione si trascinò nella piazza con aria triste,
come uno spettro condannato ad aggirarvisi. Vi prego, allontanatevi,
disse allanziano Montecchi e a sua moglie. Saprò
cosè che laffligge...
I genitori se ne andarono, lasciando Benvolio alle prese col misterioso
segreto della malinconia di suo cugino Romeo.
Non fu una gran fatica scoprirlo, perché Romeo aveva fin troppa
voglia di parlare. Era innamorato; disperatamente. Nutriva una passione
folle per una creatura meravigliosa che si chiamava Rosalina, e che
non voleva saperne di lui. Per quanto la riguardava, Romeo era poco
più che spazzatura. Perciò era tutta la mattina che
il giovane vagava in un boschetto, trasognato e malato damore.
Benvolio ascoltò pazientemente il lungo elenco delle meravigliose
virtù di Rosalina. Scosse la testa e si azzardò a suggerire
che, se soltanto Romeo si fosse guardato attorno, avrebbe potuto trovare
qualcuna altrettanto bella. Impossibile! Non poteva esserci al mondo
unaltra come Rosalina. Benvolio avanzò qualche dubbio,
ma Romeo non si lasciò convincere. E continuarono così,
passeggiando per le strade dorate di Verona: Romeo pieno di passione
infelice, e Benvolio tutto ottimismo e buon senso.
Via, Romeo, sei matto? stava dicendo Benvolio, quando
gli si avvicinò, in preda alla confusione, un domestico con
un foglio in mano.
Scusate, signore, sapete leggere? chiese luomo.
A quanto pareva, il suo padrone gli aveva affidato una lista di persone
da invitare per quella sera a un banchetto. Ma non sapendo né
leggere né scrivere, non riusciva a raccapezzarcisi.
Romeo gli fece il favore di leggere ad alta voce i nomi. Era tutta
bella gente... e cera pure Rosalina! Dove sarebbe stata la festa?
Ahimè, in casa del vecchio Capuleti, un posto poco raccomandabile
per un Montecchi.
Però, se ci fosse andato mascherato con un costume stravagante,
comera usanza in feste di quel genere per chi si presentava
senza invito...
Vacci, esortò Benvolio, ansioso di guarire il cugino
da quella malattia chiamata Rosalina. Si era accorto che nella lista
cerano le più belle donne di Verona, in confronto alle
quali Rosalina non avrebbe brillato un granché.
Confronta il suo viso, consigliò insinuante, con
qualche altro che ti farò vedere, e ti accorgerai che il tuo
cigno è una cornacchia.
Quella sera, nella strada davanti a casa Capuleti, cerano tutti:
Romeo, Benvolio e Mercuzio, parente del principe e il più caro
amico di Romeo, giovane vivace e spiritoso, gorgogliante di risate
come un bicchiere pieno di buon vino. Alta luce delle torce sincontrarono
con altri cinque o sei, tutti in costume e con maschere dorate (come
se re Mida li avesse toccati spargendo ricchezza sui loro volti).
Addossati contro lalto muro che circondava il giardino dei Capuleti,
cercarono in tutti i modi, scherzando e ridendo, di far passare la
tristezza a Romeo. Ma lui, vestito come un pellegrino (dal momento
che qualunque posto in cui si trovasse Rosalina era da considerarsi
poco meno che un tempio sacro), era pesante come il piombo. Non lo
smossero né le esortazioni di Benvolio, né le battute
di spirito di Mercuzio; restò lì triste e malinconico,
e per di più, con lo strano presentimento che la festa di quella
sera sarebbe stata linizio del suo cammino verso la tomba.
Alla fine le maschere rinunciarono ai loro sforzi e fecero il loro
ingresso al ricevimento, insieme al malinconico amico. Furono immediatamente
abbagliati dallo splendore delle candele e di tante bellezze... sete
e rasi, candide carnagioni delicate, scuri occhi ammaliatori...
Benvenuti, signori! esclamò il vecchio Capuleti,
con labito della festa e contento di vedere una così
bella compagnia di maschere al suo ricevimento. Avanti, musici,
suonate! Fate spazio, fate spazio! Ballate, ragazze!
I suonatori accordarono gli strumenti, batterono il tempo, e diedero
il via alte danze. Vesti frusciarono, riempiendo laria di profumi;
scarpe ornate di fibbie ammiccarono come vivaci topolini, sbucando
dagli orli svolazzanti; dita si toccarono, mani si intrecciarono,
mentre maschere e volti si giravano a tempo, mostrando a volte occhi
dargento, a volte sorrisi dorati. Ballavano tutti, tranne Romeo.
Stava impalato, pellegrino di marmo, attonito! Infine rivolse la parola
a un servitore che gli era vicino.
Chi è la dama che onora la mano di quel cavaliere laggiù?
Non lo so, signore, rispose il servo.
Oh, essa insegna alle torce come risplendere! sussurrò
Romeo, guardando la giovane la cui bellezza gli aveva, in un attimo,
messo il cuore in subbuglio. Ma per quanto avesse parlato piano, era
stato purtroppo udito.
Dalla voce mi sembra un Montecchi!
Tebaldo aveva riconosciuto la maschera: qualcuno che portava il nome
odiato aveva osato beffarsi dellospitalità dei Capuleti!
Fuori di sé dalla collera ordinò a un paggio di prendergli
la spada.
Suo zio, il vecchio Capuleti, lo invitò con fermezza a trattenere
la rabbia. Era una sera di festa e baldoria, e non doveva essere rovinata.
Comandò a Tebaldo di lasciare in pace Romeo.
Non lo sopporterò! gridò Tebaldo, furioso.
Lo sopporterai! ordinò il vecchio Capuleti, sempre
più indignato. Ti dico che lo farai. Va. Sono io
il padrone, qui, o tu? Va!
Incapace di trattenere la collera, Tebaldo se ne andò. Ma il
suo cuore covava vendetta, e promise solennemente a se stesso che
avrebbe chiesto spiegazione a Romeo per loffesa ai Capuleti.
Intanto Romeo, ignaro dellimprovviso odio di cui era oggetto,
andava incontro al suo amore improvviso facendosi largo tra i ballerini.
Finalmente le fu davanti; i suoi occhi, dietro quelli dorati della
maschera, brillavano di passione. Da vicino, la giovane era cento
volte più bella. Sorpresa, guardò il pellegrino: era
tale la fiamma della passione di Romeo, che anche lei prese fuoco.
Le loro mani si toccarono; poi i giovani si misero a parlare del più
e del meno. Romeo chiese un bacio, e lei, troppo giovane per celare
i suoi sentimenti, e troppo innocente per fingere innocenza, esaudì
la preghiera. Poi, come bambini che hanno assaggiato per la prima
volta un frutto proibito, ne vollero di più. E si baciarono
ancora...
Padroncina, vostra madre chiede di parlarvi.
La voce che li aveva interrotti apparteneva a una donna dal petto
esorbitante e dalle sottane tanto ampie che avrebbero potuto ricoprire
mezza contea. La giovane si separò con riluttanza dal suo ardente
pellegrino, e obbedì alla richiesta.
Chi è sua madre? chiese Romeo, seguendo con lo
sguardo ogni mossa della giovane, finché non la perse di vista
tra la folla.
Sua madre è la padrona di casa, rispose la donna
con orgoglio. Sono io che ho allattato sua figlia, la fanciulla
con cui avete parlato, confidò con una strizzatina docchio,
una gomitata e un sorriso dintesa che le raggrinzì il
viso come le lenzuola di un letto nuziale. Ve lo dico io: sarà
moneta sonante per chi se la prende.
Quindi si affrettò dietro alla sua bambina, lasciando Romeo
in preda allo sgomento. Lui, il figlio dei Montecchi, si era innamorato
della figlia dei Capuleti! Disperato, maledì quella sera in
cui era stato tanto fortunato, la sera in cui aveva per la prima volta
posato gli occhi su Giulietta.
Le maschere lasciarono la casa e si ritrovarono fuori, presso il muro
del giardino, intenzionate a fare le ore piccole nelle calde strade
buie di Verona. Ma tra loro non cera Romeo. Lo chiamarono, lo
cercarono, lo invocarono, in nome della sua bella Rosalina (con tutti
i suoi deliziosi attributi)... Invano: Romeo non si fece vedere. Così
se ne andarono, sghignazzando dietro alla stupida malinconia dellamore.
Romeo li udì andare via. Ride delle cicatrici altrui
chi non è mai stato ferito, mormorò, pensando
mestamente che, per lui, amare era come cadere tra le rose ed essere
punto dalle spine. Aveva scavalcato lalto muro e si era nascosto
nellombra del giardino dei Capuleti. Era una situazione pericolosa,
ma lamore le dava lustro, proprio come il pericolo dava mordente
allamore.
Guardò la scura facciata della casa. Una finestra silluminò:
dava su un balcone, simile a una tasca di pietra, alto un paio di
metri da terra. La finestra si aprì e sul balcone uscì
Giulietta. Guardò nella notte e sospirò.
Oh, Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo? interrogò
con tutta se stessa. E poi, con passione, implorò: Rinnega
tuo padre e ripudia il tuo nome!
Come Romeo, anche lei aveva scoperto che il suo più grande
amore era loggetto del più grande odio di suo padre.
Aggrottò la fronte e scosse la testa. Solo il tuo nome
è mio nemico, disse. Che cè in un
nome? Quella che chiamiamo rosa avrebbe il suo dolce profumo anche
con un altro nome; e così Romeo, anche se non si chiamasse
Romeo...
E seguitò a parlare alla luna e alle stelle, finché
Romeo non uscì dallombra per fermarsi sotto al balcone.
Lei dapprima si spaventò; poi, quando vide chi era, temette
per la sua sicurezza. E quando si rese conto che il giovane doveva
aver sentito la sua dichiarazione damore, provò un moto
di vergogna. Pieno dardore, Romeo ignorò il pericolo,
felice della confessione di Giulietta che, con la sua sincerità,
aveva abbreviato la noiosa trafila del corteggiamento e, in un batter
docchio, aveva fatto sì che il cuore delluno appartenesse
allaltra, come se si conoscessero da tutta la vita. Ma lei lo
supplicò ugualmente di andarsene, perché temeva sempre
più per la sua sicurezza.
Ah, vuoi lasciarmi così insoddisfatto? implorò
Romeo.
Quale soddisfazione potresti avere stanotte? rispose lei
dolcemente.
Avere il tuo voto damore in cambio del mio! gridò.
Dentro la stanza una voce chiamò. Era la nutrice. Concitatamente
Giulietta pregò Romeo di aspettare, ed entrò. Un momento
dopo era di ritorno sul balcone.
Due tre parole, caro Romeo, bisbigliò verso il
giardino; ma poi, a dispetto dellaritmetica, ne disse molte,
molte di più. Se Romeo era onesto, e aveva intenzione di prenderla
in sposa, lindomani lei gli avrebbe mandato qualcuno a cui potesse
dire quando e dove si poteva celebrare la cerimonia.
La nutrice chiamò di nuovo, e di nuovo Giulietta sembrò
essere risucchiata allinterno, come se venisse tirata per i
lacci di un grembiule: ma riuscì immediatamente.
Sembrava che non dovessero mai smettere di prendere accordi per lindomani,
né di scambiarsi parole damore; ma infine la separazione
fu inevitabile.
Buona notte, buona notte, sospirò Giulietta.
Lasciarti è dolore così dolce che ti direi buona
notte fino a mattino. E tornò nella sua stanza. Romeo
attese per un poco e poi saltò di nuovo al di là del
muro. Rosalina con tutte le sue grazie era stata spazzata via dalla
sua mente e dal suo cuore; e allo stesso modo Giulietta aveva completamente
dimenticato che proprio quella mattina era stata promessa in sposa
a un ricco giovane scelto da suo padre.
Appena fu giorno, Romeo andò a cercare il suo confessore, frate
Lorenzo, in un monastero poco fuori città, per pregarlo di
unirlo in matrimonio con Giulietta il giorno stesso. Dapprima il buon
frate fu troppo sorpreso dallimprovviso tramonto di Rosalina
per comprendere il sorgere glorioso di Giulietta; ma poi, vedendo
la forza dellamore di Romeo, e conoscendo la sincerità
del suo cuore, e pensando anche che con quella unione si potesse seppellire
per sempre lodio tra Montecchi e Capuleti, acconsentì
a celebrare la cerimonia. Essa doveva avere luogo nella cella del
frate quello stesso pomeriggio.
Al culmine della felicità, Romeo tornò nella città
assolata ad attendere il messaggero di Giulietta.
Mentre Romeo era lontano da casa per la sua missione damore.
Tebaldo vi si era recato per compiere una missione di odio. Non trovando
Romeo, aveva lasciato una lettera in cui sfidava il figlio dei Montecchi
a un duello allultimo sangue. La sfida era stata trovata da
Benvolio e Mercuzio, ancora in cerca dellamico, perso di vista
la notte precedente.
Romeo risponderà, disse Benvolio.
Chiunque sappia scrivere, può rispondere a una lettera,
ridacchiò Mercuzio; e la coppia uscì nelle strade piene
di luce, prendendo in giro Tebaldo e la sua furia. Poco dopo incontrarono
Romeo, ma prima che potessero dirgli della sfida, videro arrivare,
imponente, con le sottane ondeggianti e il petto traballante, la nutrice
di Giulietta.
I tre amici la presero subito di mira, come cavolaie allassalto
di un cespo di verdura. La circondarono, la fecero volteggiare, le
scompigliarono parole e pensieri, fino a farla fremere dindignazione
in ogni sua più piccola protuberanza. Alla fine, la povera
nutrice riuscì a parlare; disse che era Romeo che cercava,
e solo Romeo. Così Mercuzio e Benvolio la lasciarono, ridendo
a crepapelle e completamente dimentichi di Tebaldo e della sua lettera
omicida.
Rimasta sola con Romeo, la nutrice lo pregò di comportarsi
onestamente con Giulietta, che era tanto giovane. Romeo promise.
Dille di trovare un pretesto per venire a confessarsi oggi pomeriggio,
raccomandò alla nutrice. E nella cella di frate Lorenzo
sarà confessata e maritata.
La nutrice accolse con gioia la notizia. Benché sapesse che
Giulietta era promessa ad un altro, la prospettiva di un matrimonio
e di una notte di nozze agi su di lei come un vino robusto. Dopo tutto,
se marito cera, importava poco che fosse uno o un altro. Tutta
presa dal pensiero delle gioie del talamo, corse ad avvertire la sua
padroncina perché si preparasse.
Quello stesso pomeriggio, nella cella di frate Lorenzo, Giulietta
e Romeo furono uniti in matrimonio. Giulietta diventò una Montecchi;
e, nello stesso momento, Romeo si imparentò con tutti i Capuleti.
Dallarido suolo dellinimicizia tra le due famiglie, era
spuntato un solitario fiore damore.