da Romeo e Giulietta/La bisbetica domata

Garfield racconta Shakespeare.
Un’appassionante gioco di confronti: teatro/narrativa, originale/adattamento, racconto/traduzione..., per rileggere due tra le pił belle storie d’amore.


La narrazione di Garfield

Nell’antica Verona, dalle alte mura e dalle strade anguste e infocate, dove gli uomini, irrequieti come vespe, andavano in giro con la spada pronta a punzecchiare, vivevano due famiglie, i Capuleti e i Montecchi, che si odiavano a morte. Bastava che si incontrassero in strada per azzannarsi come cani. La brava gente di Verona, terrorizzata dalle urla, le imprecazioni e il fracasso che non risparmiavano nessun angolo di strada, era stufa di vedere turbata in modo così insensato la pace della città.
Ci risiamo! In una calda mattina di luglio, due servitori dei Capuleti che ciondolavano senza far niente, videro passare due uomini dei Montecchi. Uno scambio di occhiate, uno scambio di frasi, e in quattro e quattr’otto la pacifica piazza del mercato piombò nello scompiglio, mentre le due coppie di oziosi ribaldi difendevano il nome dei rispettivi padroni distruggendo bancarelle, rovesciando ceste, demolendo botteghe e ferendo passanti, con l’unico intento di farsi a pezzi.
Benvolio, un giovane Montecchi con testa sulle spalle si imbatté nella scena e cercò di interromperla; Tebaldo, un giovane Capuleti talmente irascibile che trasudava coltelli da tutti i pori, si scagliò subito contro Benvolio. Sopraggiunsero gli anziani Montecchi e Capuleti in persona, che tentarono di sguainare le spade tremolanti (ma sembravano più fili di paglia al vento che fulmini saettanti nel ciclo).
Gli uomini gridarono, le donne corsero a trascinare al sicuro i bambini sparsi qua e là... e il sanguinoso tumulto minacciava già di coinvolgere tutta la città, quando, in gran furia, arrivò nella piazza il principe di Verona con i soldati.
“Sudditi ribelli, nemici della pace!” urlò, e, forte di una collera feroce e di minacce anche più feroci, riuscì a ristabilire una parvenza di pace. La meschina, micidiale lite tra Montecchi e Capuleti lo faceva uscire dai gangheri oltre ogni dire.
“Se turberete ancora la quiete delle nostre strade”, minacciò, “la pagherete con la vita”.
Quando il principe se ne fu andato, portando via con sé il vecchio Capuleti (per togliere di mezzo una delle due parti in causa, e lasciare l’altra senza nessuno con cui prendersela), donna Montecchi si rivolse a Benvolio.
“Dov’è Romeo? L’avete visto oggi?” chiese. “Sono proprio contenta che non sia stato coinvolto in questa rissa”, aggiunse, come se Romeo, il suo unico figlio, fosse una testa calda che sicuramente avrebbe avuto la peggio tra coltellate e pugni sferrati alla rinfusa. Ma Romeo si trovava altrove, avvolto in una malinconia che era un mistero persino per i suoi genitori.
“Eccolo che arriva!” esclamò Benvolio, quando il giovane in questione si trascinò nella piazza con aria triste, come uno spettro condannato ad aggirarvisi. “Vi prego, allontanatevi”, disse all’anziano Montecchi e a sua moglie. “Saprò cos’è che l’affligge...”
I genitori se ne andarono, lasciando Benvolio alle prese col misterioso segreto della malinconia di suo cugino Romeo.
Non fu una gran fatica scoprirlo, perché Romeo aveva fin troppa voglia di parlare. Era innamorato; disperatamente. Nutriva una passione folle per una creatura meravigliosa che si chiamava Rosalina, e che non voleva saperne di lui. Per quanto la riguardava, Romeo era poco più che spazzatura. Perciò era tutta la mattina che il giovane vagava in un boschetto, trasognato e malato d’amore.
Benvolio ascoltò pazientemente il lungo elenco delle meravigliose virtù di Rosalina. Scosse la testa e si azzardò a suggerire che, se soltanto Romeo si fosse guardato attorno, avrebbe potuto trovare qualcuna altrettanto bella. Impossibile! Non poteva esserci al mondo un’altra come Rosalina. Benvolio avanzò qualche dubbio, ma Romeo non si lasciò convincere. E continuarono così, passeggiando per le strade dorate di Verona: Romeo pieno di passione infelice, e Benvolio tutto ottimismo e buon senso.
“Via, Romeo, sei matto?” stava dicendo Benvolio, quando gli si avvicinò, in preda alla confusione, un domestico con un foglio in mano.
“Scusate, signore, sapete leggere?” chiese l’uomo. A quanto pareva, il suo padrone gli aveva affidato una lista di persone da invitare per quella sera a un banchetto. Ma non sapendo né leggere né scrivere, non riusciva a raccapezzarcisi.
Romeo gli fece il favore di leggere ad alta voce i nomi. Era tutta bella gente... e c’era pure Rosalina! Dove sarebbe stata la festa? Ahimè, in casa del vecchio Capuleti, un posto poco raccomandabile per un Montecchi.
Però, se ci fosse andato mascherato con un costume stravagante, com’era usanza in feste di quel genere per chi si presentava senza invito...
“Vacci”, esortò Benvolio, ansioso di guarire il cugino da quella malattia chiamata Rosalina. Si era accorto che nella lista c’erano le più belle donne di Verona, in confronto alle quali Rosalina non avrebbe brillato un granché.
“Confronta il suo viso”, consigliò insinuante, “con qualche altro che ti farò vedere, e ti accorgerai che il tuo cigno è una cornacchia”.
Quella sera, nella strada davanti a casa Capuleti, c’erano tutti: Romeo, Benvolio e Mercuzio, parente del principe e il più caro amico di Romeo, giovane vivace e spiritoso, gorgogliante di risate come un bicchiere pieno di buon vino. Alta luce delle torce s’incontrarono con altri cinque o sei, tutti in costume e con maschere dorate (come se re Mida li avesse toccati spargendo ricchezza sui loro volti).
Addossati contro l’alto muro che circondava il giardino dei Capuleti, cercarono in tutti i modi, scherzando e ridendo, di far passare la tristezza a Romeo. Ma lui, vestito come un pellegrino (dal momento che qualunque posto in cui si trovasse Rosalina era da considerarsi poco meno che un tempio sacro), era pesante come il piombo. Non lo smossero né le esortazioni di Benvolio, né le battute di spirito di Mercuzio; restò lì triste e malinconico, e per di più, con lo strano presentimento che la festa di quella sera sarebbe stata l’inizio del suo cammino verso la tomba.
Alla fine le maschere rinunciarono ai loro sforzi e fecero il loro ingresso al ricevimento, insieme al malinconico amico. Furono immediatamente abbagliati dallo splendore delle candele e di tante bellezze... sete e rasi, candide carnagioni delicate, scuri occhi ammaliatori...
“Benvenuti, signori!” esclamò il vecchio Capuleti, con l’abito della festa e contento di vedere una così bella compagnia di maschere al suo ricevimento. “Avanti, musici, suonate! Fate spazio, fate spazio! Ballate, ragazze!”
I suonatori accordarono gli strumenti, batterono il tempo, e diedero il via alte danze. Vesti frusciarono, riempiendo l’aria di profumi; scarpe ornate di fibbie ammiccarono come vivaci topolini, sbucando dagli orli svolazzanti; dita si toccarono, mani si intrecciarono, mentre maschere e volti si giravano a tempo, mostrando a volte occhi d’argento, a volte sorrisi dorati. Ballavano tutti, tranne Romeo. Stava impalato, pellegrino di marmo, attonito! Infine rivolse la parola a un servitore che gli era vicino.
“Chi è la dama che onora la mano di quel cavaliere laggiù?”
“Non lo so, signore”, rispose il servo.
“Oh, essa insegna alle torce come risplendere!” sussurrò Romeo, guardando la giovane la cui bellezza gli aveva, in un attimo, messo il cuore in subbuglio. Ma per quanto avesse parlato piano, era stato purtroppo udito.
“Dalla voce mi sembra un Montecchi!”
Tebaldo aveva riconosciuto la maschera: qualcuno che portava il nome odiato aveva osato beffarsi dell’ospitalità dei Capuleti! Fuori di sé dalla collera ordinò a un paggio di prendergli la spada.
Suo zio, il vecchio Capuleti, lo invitò con fermezza a trattenere la rabbia. Era una sera di festa e baldoria, e non doveva essere rovinata. Comandò a Tebaldo di lasciare in pace Romeo.
“Non lo sopporterò!” gridò Tebaldo, furioso.
“Lo sopporterai!” ordinò il vecchio Capuleti, sempre più indignato. “Ti dico che lo farai. Va’. Sono io il padrone, qui, o tu? Va’!”
Incapace di trattenere la collera, Tebaldo se ne andò. Ma il suo cuore covava vendetta, e promise solennemente a se stesso che avrebbe chiesto spiegazione a Romeo per l’offesa ai Capuleti.
Intanto Romeo, ignaro dell’improvviso odio di cui era oggetto, andava incontro al suo amore improvviso facendosi largo tra i ballerini. Finalmente le fu davanti; i suoi occhi, dietro quelli dorati della maschera, brillavano di passione. Da vicino, la giovane era cento volte più bella. Sorpresa, guardò il pellegrino: era tale la fiamma della passione di Romeo, che anche lei prese fuoco.
Le loro mani si toccarono; poi i giovani si misero a parlare del più e del meno. Romeo chiese un bacio, e lei, troppo giovane per celare i suoi sentimenti, e troppo innocente per fingere innocenza, esaudì la preghiera. Poi, come bambini che hanno assaggiato per la prima volta un frutto proibito, ne vollero di più. E si baciarono ancora...
“Padroncina, vostra madre chiede di parlarvi”.
La voce che li aveva interrotti apparteneva a una donna dal petto esorbitante e dalle sottane tanto ampie che avrebbero potuto ricoprire mezza contea. La giovane si separò con riluttanza dal suo ardente pellegrino, e obbedì alla richiesta.
“Chi è sua madre?” chiese Romeo, seguendo con lo sguardo ogni mossa della giovane, finché non la perse di vista tra la folla.
“Sua madre è la padrona di casa”, rispose la donna con orgoglio. “Sono io che ho allattato sua figlia, la fanciulla con cui avete parlato”, confidò con una strizzatina d’occhio, una gomitata e un sorriso d’intesa che le raggrinzì il viso come le lenzuola di un letto nuziale. “Ve lo dico io: sarà moneta sonante per chi se la prende”.
Quindi si affrettò dietro alla sua bambina, lasciando Romeo in preda allo sgomento. Lui, il figlio dei Montecchi, si era innamorato della figlia dei Capuleti! Disperato, maledì quella sera in cui era stato tanto fortunato, la sera in cui aveva per la prima volta posato gli occhi su Giulietta.
Le maschere lasciarono la casa e si ritrovarono fuori, presso il muro del giardino, intenzionate a fare le ore piccole nelle calde strade buie di Verona. Ma tra loro non c’era Romeo. Lo chiamarono, lo cercarono, lo invocarono, in nome della sua bella Rosalina (con tutti i suoi deliziosi attributi)... Invano: Romeo non si fece vedere. Così se ne andarono, sghignazzando dietro alla stupida malinconia dell’amore.
Romeo li udì andare via. “Ride delle cicatrici altrui chi non è mai stato ferito”, mormorò, pensando mestamente che, per lui, amare era come cadere tra le rose ed essere punto dalle spine. Aveva scavalcato l’alto muro e si era nascosto nell’ombra del giardino dei Capuleti. Era una situazione pericolosa, ma l’amore le dava lustro, proprio come il pericolo dava mordente all’amore.
Guardò la scura facciata della casa. Una finestra s’illuminò: dava su un balcone, simile a una tasca di pietra, alto un paio di metri da terra. La finestra si aprì e sul balcone uscì Giulietta. Guardò nella notte e sospirò.
“Oh, Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?” interrogò con tutta se stessa. E poi, con passione, implorò: “Rinnega tuo padre e ripudia il tuo nome!”
Come Romeo, anche lei aveva scoperto che il suo più grande amore era l’oggetto del più grande odio di suo padre.
Aggrottò la fronte e scosse la testa. “Solo il tuo nome è mio nemico”, disse. “Che c’è in un nome? Quella che chiamiamo rosa avrebbe il suo dolce profumo anche con un altro nome; e così Romeo, anche se non si chiamasse Romeo...”
E seguitò a parlare alla luna e alle stelle, finché Romeo non uscì dall’ombra per fermarsi sotto al balcone.
Lei dapprima si spaventò; poi, quando vide chi era, temette per la sua sicurezza. E quando si rese conto che il giovane doveva aver sentito la sua dichiarazione d’amore, provò un moto di vergogna. Pieno d’ardore, Romeo ignorò il pericolo, felice della confessione di Giulietta che, con la sua sincerità, aveva abbreviato la noiosa trafila del corteggiamento e, in un batter d’occhio, aveva fatto sì che il cuore dell’uno appartenesse all’altra, come se si conoscessero da tutta la vita. Ma lei lo supplicò ugualmente di andarsene, perché temeva sempre più per la sua sicurezza.
“Ah, vuoi lasciarmi così insoddisfatto?” implorò Romeo.
“Quale soddisfazione potresti avere stanotte?” rispose lei dolcemente.
“Avere il tuo voto d’amore in cambio del mio!” gridò.
Dentro la stanza una voce chiamò. Era la nutrice. Concitatamente Giulietta pregò Romeo di aspettare, ed entrò. Un momento dopo era di ritorno sul balcone.
“Due tre parole, caro Romeo”, bisbigliò verso il giardino; ma poi, a dispetto dell’aritmetica, ne disse molte, molte di più. Se Romeo era onesto, e aveva intenzione di prenderla in sposa, l’indomani lei gli avrebbe mandato qualcuno a cui potesse dire quando e dove si poteva celebrare la cerimonia.
La nutrice chiamò di nuovo, e di nuovo Giulietta sembrò essere risucchiata all’interno, come se venisse tirata per i lacci di un grembiule: ma riuscì immediatamente.
Sembrava che non dovessero mai smettere di prendere accordi per l’indomani, né di scambiarsi parole d’amore; ma infine la separazione fu inevitabile.
“Buona notte, buona notte”, sospirò Giulietta.
“Lasciarti è dolore così dolce che ti direi buona notte fino a mattino”. E tornò nella sua stanza. Romeo attese per un poco e poi saltò di nuovo al di là del muro. Rosalina con tutte le sue grazie era stata spazzata via dalla sua mente e dal suo cuore; e allo stesso modo Giulietta aveva completamente dimenticato che proprio quella mattina era stata promessa in sposa a un ricco giovane scelto da suo padre.
Appena fu giorno, Romeo andò a cercare il suo confessore, frate Lorenzo, in un monastero poco fuori città, per pregarlo di unirlo in matrimonio con Giulietta il giorno stesso. Dapprima il buon frate fu troppo sorpreso dall’improvviso tramonto di Rosalina per comprendere il sorgere glorioso di Giulietta; ma poi, vedendo la forza dell’amore di Romeo, e conoscendo la sincerità del suo cuore, e pensando anche che con quella unione si potesse seppellire per sempre l’odio tra Montecchi e Capuleti, acconsentì a celebrare la cerimonia. Essa doveva avere luogo nella cella del frate quello stesso pomeriggio.
Al culmine della felicità, Romeo tornò nella città assolata ad attendere il messaggero di Giulietta.
Mentre Romeo era lontano da casa per la sua missione d’amore. Tebaldo vi si era recato per compiere una missione di odio. Non trovando Romeo, aveva lasciato una lettera in cui sfidava il figlio dei Montecchi a un duello all’ultimo sangue. La sfida era stata trovata da Benvolio e Mercuzio, ancora in cerca dell’amico, perso di vista la notte precedente.
“Romeo risponderà”, disse Benvolio.
“Chiunque sappia scrivere, può rispondere a una lettera”, ridacchiò Mercuzio; e la coppia uscì nelle strade piene di luce, prendendo in giro Tebaldo e la sua furia. Poco dopo incontrarono Romeo, ma prima che potessero dirgli della sfida, videro arrivare, imponente, con le sottane ondeggianti e il petto traballante, la nutrice di Giulietta.
I tre amici la presero subito di mira, come cavolaie all’assalto di un cespo di verdura. La circondarono, la fecero volteggiare, le scompigliarono parole e pensieri, fino a farla fremere d’indignazione in ogni sua più piccola protuberanza. Alla fine, la povera nutrice riuscì a parlare; disse che era Romeo che cercava, e solo Romeo. Così Mercuzio e Benvolio la lasciarono, ridendo a crepapelle e completamente dimentichi di Tebaldo e della sua lettera omicida.
Rimasta sola con Romeo, la nutrice lo pregò di comportarsi onestamente con Giulietta, che era tanto giovane. Romeo promise.
“Dille di trovare un pretesto per venire a confessarsi oggi pomeriggio”, raccomandò alla nutrice. “E nella cella di frate Lorenzo sarà confessata e maritata”.
La nutrice accolse con gioia la notizia. Benché sapesse che Giulietta era promessa ad un altro, la prospettiva di un matrimonio e di una notte di nozze agi su di lei come un vino robusto. Dopo tutto, se marito c’era, importava poco che fosse uno o un altro. Tutta presa dal pensiero delle gioie del talamo, corse ad avvertire la sua padroncina perché si preparasse.
Quello stesso pomeriggio, nella cella di frate Lorenzo, Giulietta e Romeo furono uniti in matrimonio. Giulietta diventò una Montecchi; e, nello stesso momento, Romeo si imparentò con tutti i Capuleti. Dall’arido suolo dell’inimicizia tra le due famiglie, era spuntato un solitario fiore d’amore.


Il primo atto dell’opera shakespeariana nella traduzione inedita di Daniela Camboni

Prologo
Entra il coro.

CORO Nella bella Verona, dove ha luogo la scena, due famiglie ugualmente nobili e degne fanno nascere nuove discordie da un antico rancore; e mani di concittadini si sporcano di sangue fraterno. Dalle fatali stirpi nemiche discende una sfortunata coppia di amanti le cui pietose sventure seppelliranno per sempre, insieme al povere spoglie, l’odio delle famiglie. La tragica storia del loro amore segnato dalla morte, e l’ostinata rabbia dei genitori, che solo la fine dei figli riuscirà a cancellare, saranno qui rappresentate in un paio d’ore; e se con pazienza presterete attenzione, sarà nostra cura e a porre rimedio ad eventuali mancanze.
Esce.

Atto primo
Prima scena


Entrano Sansone e Gregorio, di casa Capuleti, armati di spade e scudi.

SANSONE Per la miseria, Gregorio, non dobbiamo digerirla.
GREGORIO Cosa, se non abbiamo neppure mangiato!
SANSONE Voglio dire che se c’infuriamo, allora allunghiamo le mani.
GREGORIO Finché sarai vivo dovrai allungare il collo piuttosto!
SANSONE Se mi stuzzicano, colpisco alla svelta, io.
GREGORIO A trovarla, la persona che ti stuzzica...
SANSONE Un cane di casa Montecchi già mi mette in agitazione.
GREGORIO Se ti agiti vuoi dire che ti muovi. Ma i coraggiosi restano fermi. Tu ti agiti, e quindi scappi.
SANSONE Un cane di quel casato mi spingerà a stare fermo. E sarò alle corde con qualunque servo o serva dei Montecchi.
GREGORIO Il che dimostra che sei uno smidollato, perché è sempre il più debole che è messo alle corde.
SANSONE Vero. Perciò le donne, che sono i soggetti più deboli, vi finiscono sempre spinte di spalle. E quindi respingerò dalle corde i servi dei Montecchi, e vi spingerò le serve.
GREGORIO La questione è da risolvere tra uomini, cioè tra i nostri padroni e noi.
SANSONE Fa lo stesso. Voglio comportarmi da tiranno; dopo che mi sarò battuto con gli uomini, sarò spietato con le ragazze. Le farò cadere una ad una.
GREGORIO Far cadere le ragazze?
SANSONE Ma sì. Far cadere, o far giacere: prendilo come ti pare.
GREGORIO Sono loro che lo prenderanno come si sentono.
SANSONE E sentiranno finché riuscirò a star dritto: si sa che sono un bel tocco di carne, io. GREGORIO Meglio così. Pensa se fossi pesce: saresti un bel baccalà. Tira fiori la spada, che arriva gente di casa Montecchi.

Entrano Abramo e un altro servo.

SANSONE La spada è pronta. Tu comincia a litigare, che io ti sto alle spalle.
GREGORIO Come no! Così volti le tue e scappi!
SANSONE Non avere paura di me.
GREGORIO Perdiana, ma quale paura?
SANSONE Restiamo dalla parte della legge: che siano loro a cominciare.
GREGORIO Passando darò un’occhiataccia; e la prendano come gli pare.
SANSONE Anzi, come avranno il fegato. Io mi morderò il pollice proprio in faccia a loro; e vediamo se gli sta bene.
ABRAMO È per noi che vi mordete il pollice, signore?
SANSONE Mi mordo il pollice, signore.
ABRAMO È per noi che vi mordete il pollice, signore?
SANSONE (In disparte a Gregorio) Siamo dalla parte della legge se dico di sì?
GREGORIO (In disparte a Sansone) No.
SANSONE No, signore, non è per voi che mi mordo il pollice; però mi mordo il pollice, signore.
GREGORIO Cercate la lite, signore?
ABRAMO La lite, signore? No, signore.
SANSONE Perché, vedete, in tal caso sono a disposizione. Io servo un padrone dabbene quanto il vostro.
ABRAMO Ma non di più.
SANSONE Davvero, signore...

Entra Benvolio.

GRGORIO (In disparte a Sansone) Digli “di più”: arriva un parente del padrone.
SANSONE Sì, di più, signore.
ABRAMO Tu menti!
SANSONE Sguainate le spade, se siete uomini. Gregorio, ricorda il tuo colpo da spaccamontagne.

Si battono.

BENVOLIO Separatevi, idioti! Abbassate le spade. Non sapete quello che fate!

Entra Tebaldo.

TEBALDO Come, alzi la spada tra questi vili zoticoni? Girati, Benvolio, e guarda la morte in faccia!
BENVOLIO Sto solo a mettere pace. Riponi il ferro, altrimenti usalo per aiutarmi a separare questi individui.
TEBALDO Come, impugni un’arma e parli di pace? Odio questa parola come odio l’inferno e te e tutti i Montecchi! A noi, vigliacco!

Si battono.
Entrano alcuni cittadini armati di mazze.


CITTADINI Addosso con le mazze, le roncole, le partigiane! Colpiteli! Distruggeteli! Morte ai Capuleti! Morte ai Montecchi!
Entra il vecchio Capuleti, in veste da camera, con donna Capuleti.
CAPULETI Che è questo baccano? Avanti, allungatemi lo spadone!
DONNA CAPULETI Una gruccia, piuttosto, una gruccia! Che te ne fai della spada?

Entra il vecchio Montecchi con donna Montecchi.

CAPULETI La mia spada, insomma! C’è qui il vecchio Montecchi che mi sfida con la sua!
MONTECCHI Infame d’un Capuleti! E tu lasciami andare, non trattenermi!
DONNA MONTECCHI Non muoverai un passo contro il nemico.

Entra il principe con il seguito.

PRINCIPE Sudditi ribelli, nemici della pace, che profanate le spade macchiandole di sangue fraterno... Non mi ascoltate? Ehi, ce l’ho con voi: siete uomini o bestie, voi che spegnete il fuoco di una rabbia insana nel flusso purpureo che vi sgorga dalle vene? Pena la tortura, gettate da quelle mani insanguinate le armi mal temprate, e udite quanto sentenzia il vostro principe pieno di sdegno.
Sono nate ben tre risse tra concittadini, per colpa delle vostre parole sventate; e ben tre volte, vecchio Capuleti e vecchio Montecchi, avete turbato la quiete delle nostre strade e costretto gli anziani di Verona a spogliarsi della loro austerità e riprendere con mani deformi le partigiane arrugginite nella pace, per cercar di dividere chi nell’odio si è arrugginito.
Se turberete ancora la quiete delle nostre strade, la pagherete con la vita. Per stavolta, gli altri se ne vadano, mentre voi, Capuleti, verrete con me. In quanto a voi, Miontecchi, stasera recatevi al vecchio castello di Villafranca, dove ha sede la corte di giustizia, e conoscerete le nostre decisioni in merito ai fatti.
Adesso andatevene, ho detto, pena la morte.

Escono tutti tranne Montecchi, la moglie e Benvolio.

MONTECCHI Chi è stato a ricominciare questa vecchia lite? Di’, nipote, eri presente quando è scoppiata?
BENVOLIO Prima del mio arrivo i vostri servi e quelli del vostro nemico erano già qui a menar le mani. Ho sguainato la spada per separarli, ed è stato allora che è comparso quell’attaccabrighe di Tebaldo che, arma in pugno, la faceva roteare al di sopra della testa, alitandomi alle orecchie accenti di sfida; e la lama tagliava il vento che, tuttavia incolume, gli sibilava in risposta tutto il suo scherno. Mentre ci scambiavamo colpi e stoccate, si avvicinava sempre più gente a schierarsi da una parte o dall’altra, finché è arrivato il principe a dividerci.
DONNA MONTECCHI Dov’è Romeo? L’avete visto oggi? Sono proprio contenta che non sia stato coinvolto in questa rissa.
BENVOLIO Signora, un’ora prima che il sacro sole si affacciasse all’aurea finestra d’oriente, un senso d’inquietudine mi spinse a passeggiare all’aperto; e nel boschetto di sicomori che a ponente costeggia la città, allo spuntar del giorno scorsi vostro figlio. Feci per andargli incontro, ma lui se ne accorse e si nascose al riparo del bosco. Ritenni la sua afflizione greve quanto la mia, che cercava un rifugio in cui potersi celare; ma essendo già provato dalla mia sola stanchezza, ho assecondato il mio umore senza badare più al suo. E di buon grado ho lasciato andare chi di buon grado da me fuggiva.
MONTECCHI Diverse volte è stato visto là, all’alba, a sommare lacrime alle gocce della fresca rugiada, e moltiplicare le nuvole in cielo con le nubi dei suoi profondi sospiri. Ma non appena il sole che tutto rallegra dal lontano confine di oriente comincia ad aprire le cortine d’ombra del letto di Aurora, ecco che quel mio figliolo angosciato si rifugia in casa, via dalla luce, e si rinchiude dentro la stanza in completa solitudine, serrando le finestre per lasciar fuori la chiara luce de I giorno e reinventarsi la notte.
La sua cupa tristezza gli sarà fatale, se nessuno lo aiuterà a superarla.
BENVOLIO Nobile zio, voi lo sapete perché fa così?
MONTECCHI No; né riesco a saperlo da lui.
BENVOLIO Ma l’avete pressato in qualche modo?
MONTECCHI Certo, sia io che molti suoi amici; ma è lui l’unico confidente (e chissà quanto sincero) del proprio tormento. E così chiuso in sé e riservato, talmente restio a svelarsi! E come un bocciolo col cuore divorato da un verme prima ancora di poter dischiudere all’aria i petali profumati e porgere al sole la sua bellezza.
Se solo potessimo sapere da dove nascono le sue pene, faremmo il possibile per guarirlo.

Entra Romeo.

BENVOLIO Eccolo che arriva! Vi prego, allontanatevi. Saprò cos’è che l’affligge, o si rifiuterà di rispondere.
MONTECCHI Magari tu riuscissi a fargli aprire il cuore! Moglie mia, andiamo.

Escono Montecchi e donna Montecchi.

BENVOLIO Felice mattinata, cugino.
ROMEO Non è ancora maturo il giorno?
BENVOLIO Sono appena battute le nove.
ROMEO Eh, le ore tristi sembrano tanto lunghe. Era mio padre quello che si è allontanato così in fretta?
BENVOLIO Sì. Quale tristezza fa lunghe le ore a Romeo?
ROMEO Non avere quel che le farebbe corte.
BENVOLIO Innamorato?
ROMEO Senza...
BENVOLIO Senza amore?
ROMEO Senza i favori di colei che amo.
BENVOLIO Ah, l’amore... Così gentile d’aspetto, e poi di fatto così duro e tiranno!
ROMEO L’amore, pur con gli occhi bendati riconosce i sentieri che portano là dove vuole! Dove pranziamo? Ehi, c’è stata una bella rissa, qui! Non dirmelo: so già tutto. L’odio ci dà tanto da fare, ma ancor più ce ne dà l’amore. Oh, amore litigioso, e odio amoroso! Oh, tutto, dapprima fatto di nulla! Greve leggerezza, seria vanità! Caos informe di forme incantevoli! Piuma di piombo, fumo lucente, fuoco gelido, salute malata! Sonno sempre desto, che non è mai sonno! Questo amore io provo, e in esso non sento amore. Non ridi?
BENVOLIO No, cugino. Piango, piuttosto.
ROMEO E di che, povero cuoricino mio?
BENVOLIO Dell’angoscia del tuo cuoricino.
ROMEO Ma questa è la colpa dell’amore. Le mie pene mi gravano in petto, e il fardello delle tue finirà per farlo scoppiare. L’affetto che mi dimostri non fa che aggiungere dolore al dolore.
L’amore è una nuvola che si leva col vapor dei sospiri. Se la nuvola si dirada, il fuoco scintilla negli occhi degli amanti; ma se si fa bruma, è un mare gonfio del pianto di chi ama. Che altro è? Una calma follia, un’amarezza che prende alla gola, una dolcezza che rincuora.
Addio, cugino.
BENVOLIO Aspetta! Ti accompagno. Se mi lasci così mi offendi.
ROMEO Mah, io mi sono smarrito: non sono qui. Questo non è Romeo; Romeo è altrove.
BENVOLIO Dimmi chi ami, sii serio.
ROMEO Come, dovrei dirtelo piangendo?
BENVOLIO Piangendo? No, però restando serio.
ROMEO Se tu dicessi a un malato di fare testamento rimanendo serio, non sarebbe un bel suggerimento per uno che sta tanto male! Sono serio, cugino: io amo una donna.
BENVOLIO Ho mirato giusto quando m’immaginavo che eri innamorato.
ROMEO Ottima mira! E la donna che amo è bella.
BENVOLIO Mio buon cugino, se il bersaglio è davvero bello, lo colpisci prima.
ROMEO D’accordo, ma non hai colto nel segno: lei non si farà colpire dalla freccia di Cupido. E saggia come Diana, ed ha un’armatura che ben custodisce la sua castità; così si tiene al sicuro dall’infantile e debole arco di Amore. Non intende sostenere l’assedio di parole amorose, né l’incontro di sguardi arditi, e non apre il grembo alla facile seduzione dell’oro. È ricca di bellezza, ed è proprio questa la sua sola povertà: alla sua mode, con l’avvenenza perirà tutto il suo patrimonio.
BENVOLIO Allora ha giurato di vivere casta per sempre?
ROMEO Sì, e questo risparmio diventa un immenso spreco, perché la bellezza, affamata da tanto rigore, priva i posteri della possibilità di una bellezza futura. Lei è troppo bella, troppo saggia, troppo saggiamente bella per voler meritare il paradiso a prezzo della mia disperazione. Ha giurato di rinunciare all’amore, e per quel voto io vivo come fossi morto, e vivo solo per raccontartelo.
BENVOLIO Dammi retta: scordati di lei.
ROMEO Ah, insegnami come fare!
BENVOLIO Da’ ai tuoi occhi la libertà di guardare altre bellezze.
ROMEO Questo è il miglior modo per parlare con più fervore della sua, che è incomparabile. Quelle maschere nere che hanno il gran privilegio di baciare la fronte delle belle signore, ci fanno credere di celare chissà quali beltà. Ma chi è diventato cieco non può dimenticare il prezioso tesoro della vista perduta. Mostrami una donna dall’aspetto mirabile: che ne farò della sua bellezza, se non usarla per leggervi di colei che con la sua le supera tutte? Addio. Non puoi insegnarmi a dimenticare.
BENVOLIO Ci riuscirò, o morirò in debito.

Escono.