da
Il re dei viaggi Ulisse
L'incontro di Ulisse con Nausicaa
Ulisse, nel suo sonno segreto, sognava il suono di voci nella casa
di Itaca, quando Penelope tesseva sotto il brusio continuo e delicato
delle ancelle.
Poi Nausicaa e le compagne bevvero un poco di vino che avevano portato
in anfore sottili, lasciate al fresco nel fiume. Si alzarono e si
divisero in due squadre, gettandosi una palla di cuoio intrecciato,
e gridavano forte:
- Gettala a me!
- Prendi!
- Adesso!
E Ulisse, nel suo sogno coperto, sognò le voci di altre ragazze,
ancelle della dea, che giocavano su unaltra spiaggia, al Circeo,
mentre i suoi compagni felici alzavan le coppe al sole. E sebbene
li sognasse vivi, Ulisse ricordò averli tutti perduti, e gli
occhi ancora chiusi gli si riempirono di lacrime: allora si svegliò.
E nel confuso alone delle lacrime e dei rami fitti, vide le ancelle
e Nausicaa, bella fra tutte, correre su e giù lungo la riva
del fiume, e sentì come per la prima volta le loro voci squillanti.
In quel momento, con un brusco rumore, qualcosa colpì il cespuglio
accanto a lui. Ulisse pensò ad un uccello caduto e si sporse
a vedere. Non vide nulla, dapprima, poi scorse la palla bruna: intanto
sentì le voci delle ragazze avvicinarsi, e vide le loro vesti bianche
correre da ogni parte attorno ai cespugli.
- È lì?
- No, non cè!
- È nel cespuglio, allora!
- Ci dovremo pungere tutte, per riprenderla!
Piuttosto che stare lì dentro, ad aspettare che lo scoprissero come
un cinghialetto spaventato, Ulisse raccolse la palla, fede due passi
e sporse il braccio dal groviglio, per offrirla a chi la cercava.
Sentì strilli di sorpresa e spavento, e vide le vesti bianche
disperdersi oltre gli alberi, come nuvole a un vento improvviso. Poi
sentì una voce chiara:
- O sei un cespuglio con le braccia, e allora io non ti temo, giacché
sei legato alle tue radici e io potrò fuggire, o sei solo un
uomo nascosto, e allora mostri gentilezza, giacché ci riporti
quello che abbiamo perduto.
Ulisse, piano piano, fece un altro passo, e usci dal folto, mostrandosi
interamente, tutto coperto di incrostazioni di sale, foglie, sabbia
e terriccio: e teneva la palla davanti a sé come un dono, o
una scusa. Guardò Nausicaa.
- Io non sono un cespuglio, giovane dea - disse con voce calma e rispettosa.
- E, sebbene lo sembri, non sono nemmeno un mostro della terra o del
mare, venuto a spaventare e dare tormento...
Da dietro gli alberi, le ancelle di Nausicaa rabbrividivano, sussurravano,
e chiamavano prudenti la loro signora: ma Nausicaa restò dovera,
aspettando altre parole.
- Io sono naufragato qui, su questisola benedetta e sconosciuta,
venendo da tante e tanto grandi sciagure, dea gentile, che ti sembrerebbero
impossibili se te le volessi raccontare. Ma grande è la bontà
degli dei, se mi concedono un volto come il tuo, dopo i graffi e il
gelo della tempesta. Il mio nome, giovane dea, è...
Ma Nausicaa alzò la mano e lo interruppe:
- Ospite sfortunato, lo dirai solo quando io potrò vedere il
tuo volto, e associare veri lineamenti. Il tuo nome sarà quello
di un volto umano, come il mio, giacché io non sono una dea.
Ma ora lascia che faccia il mio dovere di ospite.
Con voce ferma e dolce chiamò le ancelle:
- Care amiche, non siate spaventate dallaspetto di questo uomo:
ha parole nobili, e sguardo di valore. Lavatelo e profumatelo come
si addice a un principe, giacché io credo che lo sia, e avvolgetelo
in uno dei lenzuoli più fini, come in una veste povera ma pulita:
altre ne avrà presto, più degne di lui. Lentamente prima,
poi più solerti, le ancelle obbedirono allordine. Ormai
sicure accompagnarono Ulisse allacqua del fiume, lo lavarono
e asciugarono, lo unsero con olii profumati, e lo vestirono con un
ampio lenzuolo bianchissimo, restando poi a guardarlo come una statua
in un tempio.
Ulisse taceva, ma sorrideva, come per ringraziarle e insieme giocare
con loro, e più ancora guardava e sorrideva a Nausicaa, allargava
le braccia e piegava la lesta, come per dire Eccomi, e grazie
molte e molte volte.
Alla fine le ancelle si allontanarono, e andarono a raccogliere le
ceste e riempirle dei panni ormai asciutti e piegati; poi le caricarono
sul carro e attaccarono le mule, bisbigliando e ridendo, con le facce
abbassate.
- Ora andiamo, caro ospite - disse Nausicaa salendo sul carro. - E ti
chiedo di fare come dico. Segui il carro con le mie compagne finché
saremo sotto le mura della città: ma prima di arrivare al porto,
resta un poco indietro. Temo la maldicenza, e le voci che potrebbero
dire, vedendoci passare insieme: Chi è il bel forestiero
che passa con Nausicaa? Dove è andata a cercarsi uno sposo,
quando molti giovani e ricchi Feaci la vogliono per sé?
Questo direbbero, e altro: giacché questa è la Feacia,
caro ospite, e il mio nome è Nausicaa.
Ulisse allargò
le mani, dicendo:
- Ti terrò nascosto il mio nome ancora per poco, come tu desideri,
gentile Nausicaa: non per superbia, o sgarbo, o segreto, ma per rivelarmi
a te, e ai tuoi, nel caro silenzio di una casa, lontano dalla violenza
delle onde, e dalla confusione del vento... Sappi per ora che torno
da troppi viaggi, e guerre, e fatiche.
Nausicaa tacque un attimo,
poi sorrise e impugnò le redini, e disse:
- Seguimi, dunque, ospite senza nome: e giunto al porto fa come
ti ho detto. Chiedi a qualcuno dovè la casa di Alcinoo,
e facilmente la troverai, perché non ne esiste altra tanto
grande e ricca. Presentati a lui, e a mia madre Arete, e sarai ricevuto
come ospite regale.
Poi Nausicaa gridò alle mule e il carro si mosse svelto, con
dietro le ancelle ed ultimo Ulisse, a passo spedito. Ogni tanto, perché
il carro non andasse troppo in fretta, Nausicaa frenava le mule. Le
ancelle, silenziose, si sentivano volare quello sguardo sul capo,
e bisbigliavano fra loro allegre e speranzose.
Ma non sarebbe stata Nausicaa la sposa di Ulisse. Alla reggia di Alcinoo,
trattato con molto onore, Ulisse avrebbe raccontato tutta la sua avventura.
Poi, dalla terra dei Feaci, come dalla solida pietra da cui si stacca
il saltatore, avrebbe fatto lultimo balzo verso Itaca, dove
altra fatica lo aspettava.
Nausicaa, non sazia di quel narrare, a lungo e dolorosamente avrebbe
ricordato il sogno in cui Atena laveva ingannata.