L’ironia contro il razzismo

David Fiesoli (Il Tirreno, 23 luglio 2003)

Il signor Balaban e sua figlia Selda sono extracomunitari immigrati. Le 222 piccole storie che compongo questo libro delizioso, ideale per ragazzi ma anche per molti adulti, educano alla convivenza più di un trattato sociologico. E fanno anche ridere. Il signor Balaban è arguto, sempre attento a non farsi mettere i piedi in capo, e le sue fulminee avventure sono aneddoti che hanno forti radici nel mondo islamico. Martin Auer propone qui una logica opposta a quella abituale, di incontro anziché di scontro. Così, insieme a buffe storielle, ci sono battute che fanno sorridere e riflettere, allo stesso tempo. Qualche esempio. Il signor Balaban si trova davanti a un macellaio che subito lo apostrofa: «Dal suo aspetto direi che lei non è di qui». E il signor Balaban: «Dall’aspetto delle sue polpette direi che lei è un calzolaio». Oppure: Selda, la figlia del signor Balaban, aveva lavato i vetri delle finestre, ma alla moglie del sindaco non sembrava brillassero a dovere, e voleva li lavasse di nuovo. «Lo faccio volentieri domani - risponde Selda - la mia serata libera è cominciata già da un’ora». «Ora basta - sbotta la moglie del sindaco - sei licenziata». «Licenziata? - risponde Selda - credevo che gli schiavi si vendessero!». Senza alcun moralismo, le avventure del signor Balaban e di Selda fanno capire che non si è intolleranti e razzisti solo quando si prende a bastonate qualcuno diverso da noi, ma anche quando non si perde occasione per rimarcare, senza alcun motivo, le differenze e le diversità, invece di cercare quello che c’è in comune. Altro esempio: Selda sta scrivendo i prezzi sulle merci del supermercato dove lavora. La direttrice: «Ma che calligrafia scandalosa la tua. Guarda questo tre, tutti i clienti crederanno che sia un cinque». E Selda: «Ma è un cinque». «Davvero? - ribatte la direttrice - Avrei giurato fosse un tre».

 

Il signor Balaban, ultimo discendente del favoloso Islam

Fiorella Iannucci (Il Messaggero, 21 agosto 2003)

Sono "222 storie veramente buffe", come recita il sottotitolo titolo di questo prezioso libro per ragazzi (che piacerà molto anche agli adulti) quelle che vedono protagonisti il signor Balaban e sua figlia Selda. Storie brevi, a volte aneddoti che rovesciano con un sorriso punti di vista e logiche che credevamo ferree. Pronte a crollare come un castello di carta, di fronte al candore, e alla saggezza antica, del nostro eroe. Perché Balaban, come spiega nella sua breve postfazione Martin Auer, "è anche un discendente del famoso Nasreddin Hodja". Un uomo davvero speciale, "vissuto tanti secoli fa in Turchia quando in Oriente regnava Khan Timur Lang detto Tamerlano", ma anche in Iraq, in Egitto, in Marocco. Insomma, in tutti quel Paesi d'Oriente che, lungo i secoli e con nomi diversi (Juha, Goha, J’ha), ne hanno fatto l’archetipo dell’eroe per caso, capace sempre dì cavarsela nelle situazioni più difficili grazie all’astuzia, alla follia, all’ingenuità, alle sue battute pronte. Ovvio che il signor Balaban e sua figlia Selda che Martin Auer ci regala sono "nati dalla fantasia". Ma le storie di cui sono protagonisti vivono dello stesso respiro, della stessa poesia, del loro celebre antenato. Poco importa se a fare da sfondo sono fabbriche iperproduttive, supermercati e città dove non si riesce a vedere né la luna né il sole. Balaban, povero in canna, sempre alle prese con questure e permessi di soggiorno, viene si canzonato per la sua diversità ma anche ammirato per le stralunate sentenze. Noi lo chiameremmo un emigrato. Lui, come Nasreddin, si sente solo e sempre un viaggiatore.

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La follia di Balaban

Matteo Corradini (Andersen, ottobre 2003)

Il signor Balaban e sua figlia Selda è il titolo. Il sottotitolo promette bene: “222 storie veramente buffe”. Perché il signor Balaban è un personaggio davvero particolare, è tutto e niente, è spumeggiante, istrionico, ma anche riflessivo, silenzioso, quasi incomprensibile. Di certo, sappiamo che non è ricco, non è potente, non è arrogante: ci è già simpatico. Per il resto, ha una figlia (Selda) e ogni dieci righe gliene capita una diversa. Il volume raccoglie avventure, incontri, sfortune, dialoghi. È una enciclopedia dell’umorismo in salsa islamica. Balaban è un personaggio inventato da Martin Auer e le sue storie brevi (ce ne sta spesso più d’una per pagina) corrono sul filo del nonsense, talora sfociando in un sorriso da aneddoto, da barzelletta colta, talaltra riflettendo nell’umorismo una sostanza ben più profonda di una risata. Balaban è l’esiliato per eccellenza, e il suo spirito ha radici profonde nelle leggende dell’oriente vicino e dell’India, nelle storielle ebraiche e negli episodi di Nasreddin Hodja, il mitico saggio del mondo ottomano. La sua vita di povertà, senza soldi e senza terra, gli ha dato il dono di comprendere il valore delle cose, del (poco) cibo, di un tè preso tra la gente, del tempo passato, di un viaggio. E conseguentemente di non dare alcuna importanza ai ruoli sociali, alle uniformi dei soldati, alla bella vita dei banchieri. Balaban ci insegna un umorismo da autodifesa: con il nonsense e la risata, il signor Balaban capovolge il mondo e le norme, con la sua logica illogica distrugge il luogo comune e ci mostra di nuovo l’importanza della dignità umana. E poco per volta lui stesso, pazzo, diventa saggio ai nostri occhi di lettori. L’opera è pubblicata con il solito coraggio dalle Nuove Edizioni Romane, e vede le illustrazioni minimali e volutamente sciagallesche di Linda Wolfsgruber.

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M.L. Meacci (Liber, n. 60 ottobre-dicembre 2003)

Il nostro Paese identifica in Bertoldo il tipo di contadino furbo che sa mettere nel sacco molta gente. La tipologia dell’apparente “sciocco”, che segue una logica opposta a quella abituale, trova riscontro anche in figure dell’alta letteratura italiana. Ricordiamo Boccaccio, che nel Decamerone trasfonde in Chichibio quella saggezza popolare umorista e beffarda che ritroviamo in una novella simile anche in questo libro. La tradizione del nord Europa ha il suo eroe in Till Eulenspiegel, così come la cultura ebraica ha storie attribuite a un rabbino saggio e stravagante. Gli aneddoti e le storielle del signor Balaban e di sua figlia Selda hanno radici nel mondo islamico. Il loro avo, il Mullah Nasreddin Hodja, maestro-buffone, ma non idiota, viveva in Turchia al tempo del Khan Tamerlano. Le sue storie permeate di saggezza si raccontano ancora oggi in Iraq, in India e in altri Paesi orientali. Come le fiabe tramandate oralmente e sopravvissute nei secoli, anche le storielle hanno subito varianti infinite. Il signor Balaban e Selda sono personaggi nati dalla fantasia dello scrittore, che li ha inseriti con la loro saggia ironia nel mondo d’oggi, apportando nuovi elementi al tessuto tradizionale. Ne è esempio la storiella n. 125: “Se fossi Bill Gates sarei più ricco di lui” disse il signor Balaban. 'Dicci perché!' domandarono i suoi amici. 'Perché in più avrei il mio negozio di alimentari', disse il signor Balaban.”
I due protagonisti, originari di un piccolo paese con i tetti coperti di paglia dell’Uzbekistan vicino a Buhara e Sarmacanda, si sono trasferiti nell’opulenta Germania dove s’impegnano in molti lavori, ma dove è spesso la loro logica che li salva dalla fame. Sono considerati tipi buffi con il loro umorismo rarefatto che è alla base delle 222 novelle. “Selda andò a svegliare suo padre e notò qualcosa di strano. 'Perché hai i piedi sul cuscino e la testa in fondo al letto?' chiese. 'Davvero?' disse il signor Balaban mezzo addormentato. 'Allora sono i piedi che mi fanno male. Io pensavo di avere il mal di testa”.
I disegni in bianco, nero e rosso, sottolineano efficacemente la comicità delle storielle che faranno senz’altro la gioia dei lettori perché sono brevi, si possono raccontare agli amici e drammatizzare imitando i due simpatici protagonisti.

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