Il mago scurnacchiato

Strenne / Nel Paese delle Meraviglie dei libri per ragazzi. Dal sapore decisamente mediterraneo
Cuochi e maghi scurnacchiati: viva il Natale napoletano

Fiorella Iannucci (Il Messaggero, 17 dicembre 2003)

Altro che fredde aule di Hogwarts e compunti apprendisti stregoni. Altro che partite di quidditch e civette postine. Siamo a Napoli, paisà. E se proprio mago dev’essere, che sia almeno “scurnacchiato”. Eccola la risposta all’ultimo Harry Potter, pallido asso pigliatutto di questo scorcio di anno (L’Ordine della Fenice, Salani). Si tratti di Pasqualino degli Occulti, o di Pasqualino Marajà, di Totò Sapore o del Presepe, sono il Golfo e le sue maschere a colorare e a riscaldare questo Natale. Quattro libri dal sapore mediterraneo, filanti come la mozzarella sulla pizza e dolci come un babà. Irriverenti come Pulcinella, trascinanti come Masaniello, irresistibili come Totò. Che avrebbe ben saputo interpretare “la storia mirabile di Pasqualino degli Occulti alle Indie Orientali”, come suona il sontuoso sottotitolo di Il mago scumacchiato (Nuove Edizioni Romane, illustrazioni di Giulia D’Anna, 10,50 euro). Favola “filosofica” diverteritissima e dotta, ambientata in una Napoli del ’700, firmata da Pino Flora e Carlo Laurenti, studiosi rispettivamente di storia dell’India e letteratura cinese. Certo è che il nostro Pasqualino, discendente da una «antica famiglia di streghe, stregoni, fattucchieri, ammaliatori, incantatrici», compresa la strega di Benevento, sua madre, non riesce ad azzeccare nessuna magia, combinando degli autentici disastri. Finisce in India, esule volontario in fuga dalle botte degli amati concittadini, deciso a imparare per bene le formule prodigiose. Ed è proprio qui, insieme all’inseparabile Gennaro, un serpentello indiano che parla solo napoletano, che inizia la sarabanda dei prodigi (sbagliati) e delle mille peripezie del mago pasticcione, eletto a furor di popolo “mahraja di Jalpur”, la città dell’acqua. Tra topi brahamini e fontane che lanciano pernacchi, il nostro "sfortunato" eroe troverà l’amore (di Concettina, schiava venduta via catalogo al perfido tiranno Mahaved) e, soprattutto, la saggezza.
Stesso raro ingrediente dei favolosi piatti di Totò Sapore, Il cuoco prigioniero della “favola gastronomica e filosofica in dieci scene” di Roberto Piumini. (Nuove Edizioni Romane, 15 euro). Generoso come le sue pietanze, Masaniello dei sapori nelle cucine dei Borboni, il nostro Totò inventerà un cibo delizioso, “tondo come il mondo, né primo né secondo, né carne né pesce, colore del mare e della terra, colore della pace e della guerra” pur di riguadagnare la libertà perduta. La pizza, certo.

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Napoli da fiaba
Pizze, presepi e magia

Donatella Trotta (Il mattino, 4 dicembre 2003)

Pasqualino degli Occulti è un simpatico giovanotto di buona volontà, magro e allampanato. A Napoli, nel Settecento, tutti lo conoscono con il suo soprannome: il mago scurnacchiato. Perché Pasqualino, discendente di un’antica famiglia di streghe (come la mamma, beneventana), stregoni, fattucchiere, ammaliatori e incantatrici, è sì un mago di talento, ma scalognato. Con il suo esoterico mestiere riesce infatti a sbarcare il lunario, però non ne azzecca una; e riceve in cambio tante di quelle manate che decide allora di darsi alla fuga, nientemeno che verso le Indie Orientali: “terra dai molti misteri e dai pochi segreti” e paese dei filosofi dove il nostro affronterà avventure e guai inenarrabili, in un esilarante crescendo di sorprese e colpi di scena, amore compreso.
Tra i libri strenna per ragazzi (ma non solo) da consigliare quest’anno sotto l’albero di Natale, Il mago scurnacchiato di Pino Flora e Carlo Laurenti (Nuove Edizioni Romane, pp. 124, euro 10,50, con illustrazioni di Giulia D’Anna) s’impone per l’avvincente ordito fantastico a finale aperto - quasi una storia infinita che evoca tra l’altro l’Oceano dei fiumi di racconti -, ma anche per la sorridente saggezza e la spumeggiante vena ironica di una storia dal sapore indo-napoletano, intessuta ad arte con opportuni inserti dialettali con tanto di traduzione a pie’ di pagina, indotta forse dallo scrupolo-filologico degli autori. I quali, nella vita, sono specialisti dell’India moderna (Flora) e di letteratura e cultura cinese (Laurenti). Contaminazione di competenze feconda per l’ottimo impasto del libro, pubblicato con entusiasmo da Gabriella Armando, fondatrice e responsabile della piccola casa editrice romana peraltro avvezza, da oltre un ventennio, a lanciare talenti italiani sul mercato editoriale per i più giovani: come il poliedrico scrittore e poeta Roberto Piumini, del quale è appena uscita non a caso la nuova edizione de Il cuoco prigioniero (pubblicata all’inizio degli anni `80 ne Il giovane che entrava nel palazzo, raccolta giovanile di racconti di Piumini), che ha ora ispirato il film d’animazione “Totò Sapore”.
Anche Il cuoco prigioniero di Piumini (Ner, pp. 70, euro 15, con le immagini inconfondibili di Cecco Mariniello), gustoso racconto ma anche “commedia-favola gastronomica e filosofica in dieci scene” dell’invenzione della pizza, è ambientato nella Napoli del Settecento, nella rarefatta ma buongustaia corte borbonica dove il giovane cuoco Totò Sapore vive mille peripezie.

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Gianna Marrone (Pepeverde, n. 19/2004)

Cosa può combinare un mago napoletano e pasticcione se dalla sua città partenopea, che lo ha ribattezzato “scurnacchiato” e lo bastona per le sue magie confusionarie, decide di avventurarsi in Oriente dove spera di essere più apprezzato?
Potrà finalmente affrontare con uno spirito diverso gli esiti alquanto insoliti delle sue magie?
Potrebbe! Perché in India si conquista una fama straordinaria per le sue strane magie, ma Pasqualino non ci sta e decide di ritirarsi, come un asceta indiano, per scoprire cos’è che non va nelle sue formule magiche. Però il luogo che sceglie è tutt’altro che deserto e ben presto si trova coinvolto in una miriade di situazioni tutt’altro che piacevoli e in gran parte provocate proprie dalle sue magie sempre più imprevedibili, che lo faranno finire nella prigione di Jalpur. Dove, per sua sventura, aveva fatto comparire il doppio del maharaja prepotente ed egoista che la governava, come se uno solo non fosse bastato. Ma Pasqualino riesce a riparare i danni provocati diventando addirittura il nuovo re di Jalpur. La storia però non finisce qui, anzi la “favola della vita” continua, raccontando quel quotidiano che nei racconti di fantasia sta sempre dopo la classica conclusione del “vissero felici e contenti per tutta la vita”.


M. C. (Andersen, n. 201, marzo 2004)

“In quella notte di portenti Pasqualino degli Occulti fece un terribile giuramento. Giurò di partire e di andare lontano e poi giurò che non sarebbe mai più tornato, a meno che… a meno che non avesse finito una volta per tutte di essere un mago scurnacchiato”. È come un rito di iniziazione, è una solenne promessa con se stesso: Pasqualino non è accettato e non si accetta perché dicano che porti scalogna, lui che è solo un ragazzino ma è pure figlio di una strega nella sua città, la Napoli del Settecento, un briciolo di superstizione vale più di un quintale di ragione. Se ne va, parte all'avventura. È quel che accade nel romanzo Il mago scurnacchiato, scritto a due mani dai viaggiatori per passione Pino Flora e Carlo Laurenti e tratteggiata dal segno di Giulia D'Anna. È una storia brillante e avvincente, punteggiata da citazioni in dialetto napoletano che somigliano in tutto a formule magiche, linguaggio da iniziati. E Pasqualino non è poi così scurnacchiato, se finirà nell'India delle mille spiritualità diverse, ma tanto simili allo spirito napoletano, e là conoscerà l'amore e l'autostima: serve ancora qualcosa per ritornare da vincitore?

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